Redazione

Don Gnocchi aveva un desiderio incontenibile di aiutare il prossimo. La sua genialità e creatività, sempre rinnovate, avevano la loro radice nella fede, nella speranza e nell’amore che gli bruciavano dentro e che avevano avuto nella campagna di Russia la loro “prova del fuoco”.

di Carlo Maria Martini
Arcivescovo emerito di Milano

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12). Queste parole di Gesù descrivono anzitutto la sua grande, immensa dedizione per il nostro bene: «dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). Esse però intendono esprimere anche la regola del cristiano, del perfetto discepolo. Gesù dice infatti: «vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15). E ancora: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

Se si pensa a come ha amato Gesù di Nazaret, cioè fino alle sofferenze e umiliazioni della passione e fino alla morte in croce, si scopre che queste parole non indicano semplicemente un’attenzione vigile per chi ci sta attorno , una misura ordinaria di dedizione, ma esprimono ed esigono una qualche forma di “eccesso” che supera le misure umane e appare alla sensibilità dei più come “esagerazione”.

Si comprende così che nel quadro di questo “eccesso” stanno parole evangeliche come «se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra» (Mt 5,39), «se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due» (Mt 5,41), «chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25), «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Sono queste anche le parole che vengono alla mente pensando alla vita di don Carlo Gnocchi, un sacerdote ambrosiano, vissuto nel secolo scorso e noto universalmente per quanto fece per i bambini mutilati di guerra, piegandosi con instancabile amore sulla “sofferenza innocente”. La lettura di una biografia come la presente ci mostra quali preparazioni di mente, di spirito, e quali indicibili prove siano alla radice della sua dedizione.

Trattandosi di un prete che io non ho conosciuto personalmente, ma che appartiene a quella grande schiera dei preti ambrosiani di cui ho potuto ammirare per lunghi anni l’impegno e il coraggio nelle opere di apostolato e di carità, non posso che ringraziare Dio che ha donato anche ai nostri tempi una figura così vicina a noi e insieme così eccezionale e straordinariamente dedita alle necessità del prossimo. Don Carlo era un uomo di una fine intelligenza, di una grande capacità comunicativa, un educatore nato, e si trovava perfettamente a suo agio con gli alunni del collegio Gonzaga di Milano e con le famiglie, nell’adempimento dell’incarico di Padre spirituale. Ma queste sue doti dovevano essere vagliate e perfezionate nella sofferenza perché potesse realizzare il suo grande piano umanitario. Fu soprattutto il momento della guerra, con la spedizione in Russia a seguito degli Alpini e la tragedia della ritirata in pieno inverno, che misero don Carlo a contatto con i momenti più dolorosi dell’esistenza umana e con sofferenze indicibili, di fronte a cui si restava muti, come senza fiato, e la stessa fede in Dio veniva messa alla prova.

Don Carlo uscì da questa fornace ardente con un desiderio incontenibile di aiutare il prossimo e, in particolare, le vittime innocenti di quella guerra di cui aveva visto gli aspetti più drammatici.

Il presente libro racconta queste cose e fa vedere come da esse si siano sviluppate quelle iniziative di carità competente e coraggiosa che fanno di lui un precursore nel campo della cura dei disabili e un pioniere nell’ambito allora appena incipiente della donazione degli organi.

Da un altro punto di vista si potrebbe anche dire che don Gnocchi ha saputo essere un grande “imprenditore” della carità, con una genialità e creatività sempre rinnovate, che avevano la loro radice nella fede, nella speranza e nell’amore che gli bruciavano dentro e che avevano avuto nella campagna di Russia la loro “prova del fuoco”.

Per questo molti della Chiesa desiderano che a don Carlo sia riconosciuta ufficialmente quella esemplarità di vita e di impegno propria dei santi. Leggendo queste pagine ciascuno potrà, senza prevenire il giudizio della Chiesa, farsi la propria opinione su quello straordinario “eccesso” di dedizione e di entusiasmo che ha caratterizzato al vita di questo grande prete, e che dovrebbe caratterizzare la vita di ogni discepolo del Signore.

(prefazione al volume “L’ardimento” di Stefano Zurlo, Bur, Milano 2006)

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