Nella prima domenica dell’Avvento ambrosiano, l’Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione in Duomo. «Siate figli della luce, non partecipate alle opere delle tenebre»

di Annamaria Braccini

Avvento 2021 (7)

Non è che se vedano tanti, in giro, di figli della luce nella metropoli famosa nel mondo, sotto lo skyline avveniristico del terzo millennio o nelle periferie in cerca di riscatto. Eppure sono uomini e donne di questo tempo, non perfetti, che «vivono, gioiscono, si spaventano», come tutti.

E, forse, proprio per questo, le parole che l’Arcivescovo rivolge ai fedeli riuniti in Duomo, per la tradizionale celebrazione eucaristica, da lui presieduta nella prima domenica dell’Avvento ambrosiano, “La venuta del Signore”, risuonano tra le navate della Cattedrale con una particolare intensità, nel richiamo, appunto, a quei figli della luce che siamo – o meglio dovremmo essere – tutti noi.  Perché, soprattutto in un tempo di attesa come l’Avvento, «tempo di preghiera, di ascolto della Parola di Dio, di giudizio ispirato sui tempi che viviamo, noi andiamo incontro al Signore che viene per diventare figli della luce». Che sono coloro che ascoltano la parola del Signore e credono in Lui e che, per questo, considerano «il tempo come occasione per dare testimonianza». Anche nella politica, anche se «non si identificano con un partito, non portano un distintivo, ma cercano alleati per ciò che a loro sta a cuore, perché suono uomini e donne di buona volontà».

E, quindi, «non parlano con slogan e frasi fatte, sono insofferenti dei pregiudizi, disposti a cambiare idea se si rendono conto di avere idee da correggere. Si riconoscono perché pensano, invece di ripetere, ascoltano e dialogano invece di insultarsi e gridare».

È, appunto per questa ragione, «non sono un esercito compatto o una formazione organizzata. Sono persino troppo dispersi e, talora, anche troppo divisi tra loro. Si riconoscono perché hanno stima gli uni degli altri, anche di chi la pensa in modo diverso».

Sono quelli che, magari – pur «non essendo indifferenti ai numeri, ai voti, alle preferenze» – si condannano da soli alla sconfitta e all’antipatia di chi li vorrebbe «più manovrabili», perché «agiscono, pensano, votano secondo coscienza».

Ma qual è, allora, l’obiettivo? Semplicemente uno: «prendersi cura della città» per cui la politica ha un nome preciso «politica della speranza», che significa «essere animata dalla fiducia, anche in mezzo ai problemi, nel groviglio della complessità, nell’animosità del dibattito. Chi si prende cura del bene della città ha talora troppe ragioni per lasciarsi cadere le braccia, ma la tenacia dei figli della luce non viene da un temperamento ostinato o da una ambizione caparbia».

Una politica che non è buonismo o ingenua fantasia, ma che è tale in quanto «pratica lo stile della bontà, della giustizia, della verità».

Da qui la consegna. «La manipolazione delle parole per conquistarsi il consenso è l’opera delle tenebre. Non partecipate alle opere delle tenebre. L’accondiscendenza alle opinioni di moda è l’opera delle tenebre, se le opinioni sono contro la verità dell’uomo, della donna, dei popoli, delle religioni, dei poveri. Si tratta della giustizia. Non pagare in modo onesto chi lavora onestamente è l’opera delle tenebre;  applicare una strategia industriale che cerca il profitto, anche a costo di cancellare posti di lavoro con nessuna altra ragione che quella di massimizzare il profitto è l’opera delle tenebre».

Infine, la bontà. «Essere cattivi con le persone con cui si vive, coltivare sentimenti di vendetta, di risentimento senza perdono, di prepotenza, di disprezzo è opera delle tenebre».

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