Il “discernere”, con un intervento dell’Arcivescovo, è stato al centro del secondo incontro dell’ultima edizione del percorso “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, sospeso a marzo scorso per la pandemia

di Annamaria BRACCINI

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Continuare a prendersi cura delle persone che vivono situazioni di separazione, divorzio e nuova unione, anche in questo tempo che pare sospeso e nelle difficoltà causate dalla pandemia. Non ignorare la complessità, annunciare la verità del Vangelo e dell’insegnamento del Papa con verità e discrezione.
È questo che l’Arcivescovo – collegato da “Villa Sacro Cuore” di Triuggio – ha chiesto all’ottantina di partecipanti al secondo incontro (rigorosamente su piattaforma) dei tre previsti dall’ultima edizione del percorso formativo “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, sospeso nel mese di marzo 2020 per l’emergenza sanitaria. Tre i verbi qualificanti degli altrettanti appuntamenti, iniziati il 23 gennaio e che si concluderanno il prossimo 6 febbraio: accompagnare, discernere, integrare. Temi su cui riflettere alla luce dell’Esortazione apostolica di papa Francesco “Amoris Laetitia” e, in specifico, del suo capitolo VIII.
A guidare la mattinata – alla quale, secondo una formula ben avviata segue sempre, nel pomeriggio, un laboratorio di approfondimento – sono stati gli interventi di suor Chiara Bina dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati e di don Mario Antonelli, vicario episcopale di settore, presenti i responsabili dell’Ufficio per la Famiglia, don Massimiliano Sabbadini e i coniugi Paolo e Maria Zambon.
«Il nostro sguardo – il Corso è stato pensato specificamente per chi si impegna in cammini di ascolto di situazioni familiari problematiche – deve essere tanto amorosamente fisso su Gesù, quanto simpaticamente sensibile alla storia di ciascuno, di ogni fratello e sorella che vogliamo accompagnare secondo il Vangelo», osserva don Antonelli, sottolineando la necessità «di non negare e non prescindere mai dalle storie personali».
Esistono, infatti, pregiudizi per cui «l’opinione pubblica pensa che la dottrina della Chiesa ponga degli interdetti».
«Questa è una contrazione diabolica del Vangelo. Se l’interdetto diventa grande e si sospende sino a costringere all’angolo del ring della vita le parole dell’eccellenza di Dio, il nemico fa festa».
Il richiamo è al paragrafo 303 dell’Esortazione. «Il compito del pastore e degli operatori pastorali è, in primo luogo, di incoraggiare la formazione di una coscienza illuminata, non di terrorizzare o mortificare. Occorre proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia, con un discernimento dinamico responsabile e serio – come dice il Papa – che tenga conto dei limiti oggettivi e delle ferite sanguinanti delle vicende di ognuno, prevedendo tappe di crescita in vista della realizzazione dell’ideale completo cristiano».
Da qui 3 annotazioni. «Annunciare il Vangelo nella sua integralità, considerare l’innumerevole varietà di situazioni concrete, riconoscendo, secondo la carità del buon pastore, che le vicende che accompagniamo non sono un numero. Terzo (seguendo il punto 293 di “Amoris Laetitia”), avere un discernimento che comporta entrare in quel dialogo pastorale che sa evidenziare non le smagliature rispetto all’ideale cristiano, l’irriducibile distanza dalla grazia di Dio, ma gli elementi che rivelano la divina pedagogia della grazia, la sua opera educativa anche dentro gli abissi di peccato, le storture, i passi falsi, i torti subìti».
Insomma, non una procedura, ma un processo, come spiega ancora papa Francesco. «Un discernimento pastorale che deve avere per fine ultimo il discernimento delle persone accompagnate, avvicinando alla gioia e al profumo del Vangelo con alcuni criteri: la relazione consolidata nel tempo, la presenza di figli e la loro formazione cristiana, la provata fedeltà che vuol dire riconoscere come, pur nella situazione irregolare, si cerchi di avvicinarsi all’ideale cristiano; la dedizione generosa che potremmo definire la carità e la solidarietà. Infine, l’impegno cristiano nell’ascolto della Parola personale e con altri, nella partecipazione alla Celebrazione eucaristica; il riconoscimento, con umiltà, della propria situazione, la coscienza della responsabilità personale con il primo coniuge verificando l’irreversibilità delle scelte fatte; il mostrare un’esemplarità nella nuova unione». Chiara la conclusione di don Antonelli. «Non si tratta di una sorta di “doppia morale” o di facili scorciatoie. Il discernimento non annacqua il vino buono e forte del Vangelo, anzi».

L’intervento dell’Arcivescovo

«Una parola di incoraggiamento e di apprezzamento per chi condivide questo percorso secondo le linee fornite dal Papa in “Amoris Laetitia”», è quella che rivolge, infine, il vescovo Mario.
«Questa situazione di confusione, sospensione, tribolazione per la pandemia, ci impedisce molte cose, ma non ci impedisce di continuare a prenderci cura di fratelli e sorelle che chiedono aiuto per interpretare la loro situazione sotto lo sguardo di Dio e che chiedono alla Chiesa di dire una parola che li aiuti nel discernimento. I percorsi delle persone sono complicati e non siamo autorizzati a giudicare, ma – scandisce l’Arcivescovo – non siamo nemmeno autorizzati a tacere gli elementi di valutazione e di discernimento che l’insegnamento della Chiesa offre. L’insegnamento della Chiesa è fondato sulla rivelazione di Gesù che ha manifestato la verità di Dio che è misericordia».
Una verità che, appunto, «non si riduce a una dottrina, non è accondiscendenza né impedimento alla gioia. È sollecitudine perché tutti siano salvati e giungano alla conoscenza della verità ed è premura perché ai poveri sia annunciato il Vangelo, ai prigionieri la liberazione. La misericordia non è una semplificazione: ha necessità di verità e di pazienza, di sincerità e di perdono, di conversione e di dedizione».
E quanto si abbia bisogno di verità, lo si comprende bene anche solo considerando quante volte le parole del Papa siano male interpretate per scarsa voglia di capire o (peggio, specie nel caso di AL) per ideologia.
Il richiamo dell’Arcivescovo è ai punti 206-207 dell’ultima Enciclica “Fratelli tutti”, firmata ad Assisi il 3 ottobre 2020, laddove papa Francesco parla della riconciliazione e della pace, «in un contesto sociale, che si può, tuttavia, applicare alla morale familiare».
Scrive il Pontefice: «Il relativismo non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento. Che cos’è la legge senza la convinzione, raggiunta attraverso un lungo cammino di riflessione e di sapienza, che ogni essere umano è sacro e inviolabile?».
Infine, come vivere tutto questo. «Questo percorso si propone uno stile, perché è non solo importante quello che si dice, ma come lo si dice. La necessità di un discernimento in una materia complessa, in vicende che sono singolari e personali, cioè uniche e vissute, sentite, sofferte, secondo i tratti caratteristici di ogni persona e di ogni coppia e, d’altra parte, la consapevolezza che non si tratta solo di storie private – poiché coinvolgono diverse persone, famiglie e comunità implicate sia nel matrimonio sia nella nuova unione -, suggeriscono uno stile».
Stile con qualche parola cardine: «la pazienza dell’ascolto, la misericordia nell’accoglienza – un prendersi a cuore il bene dell’altro annunciando il volto di Dio e come sia impegnativa la chiamata alla santità -, la franchezza della parola vera, la discrezione sulla vicenda e sui suoi esiti nella doverosa accoglienza e nell’inserimento dei divorziati e separati in nuova unione nelle comunità».

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