L’Arcivescovo ha presieduto nella Zona pastorale III-Lecco, presso la parrocchia San Pietro Apostolo a Sartirana di Merate, la Veglia di preghiera per il Lavoro. «C’è bisogno di un orizzonte più ampio e di una speranza più grande per affrontare le sfide del presente»

di Annamaria Braccini

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Uomini e donne che non si lasciano imprigionare dall’ingiustizia, che sanno fronteggiare la controparte, ma non odiano mai. Sono i cristiani che sanno vivere la vita come vocazione, mettere a frutto i propri talenti nel lavoro, impegnandosi, rischiando in prima persona, “alzando la testa”, quando necessario, ma soprattutto pregando.
È limpido ed espresso senza mezzi termini, il “mandato” che l’Arcivescovo consegna, presiedendo la Veglia di preghiera per il Lavoro che si svolge nella Zona pastorale III-Lecco, una delle 7 proposte nelle altrettante Zone della Diocesi, con l’unico titolo “Le sfide del lavoro oggi” e con una formula che intende volutamente indicare «il forte radicamento nel territorio».
Tra le eleganti e moderne linee della chiesa San Pietro Apostolo a Sartirana di Merate, progettata da Mario Botta, arrivano in tanti. Accanto al Vescovo siedono il vicario episcopale di Zona, monsignor Maurizio Rolla e il responsabile del Servizio per la Pastorale Sociale e del Lavoro, don Walter Magnoni. Non mancano il parroco, don Luigi Peraboni, il clero dell’Unità pastorale in cui è inserita la parrocchia, il sindaco di Merate, Andrea Massironi, il responsabile per la Zona III del Servizio di Pastorale del Lavoro, Gianni Todeschini, il presidente delle Acli provinciali, Luigi Adelchi Panzeri, ed esponenti di articolazioni locali.
Don Magnoni, nell’introduzione, osserva: “Chiediamo che l’egoismo, che sta alla radice della massimizzazione dei profitti, lasci spazio alla cultura della solidarietà e alla sussidiarietà”.
Con le parole dell’economista suor Alessandra Smerilli – che definisce gli odierni scenari, sospesi tra disoccupazione, “lavoro del non ancora”, necessità di lavorare tutti (non quella del famoso slogan, ma nel senso di una più equa distribuzione dei carichi e dei tempi occupazionali) -, la via virtuosa da percorrere, comunque, esiste. «Ritroveremo un nuovo rapporto con il lavoro, se troveremo un nuovo rapporto con la cura, uomini e donne insieme. In una civiltà che sempre più sogna il consumo dobbiamo tornare a sognare il lavoro, e sognandolo, renderlo possibile».
L’ascolto della Parola di Dio, tratta dal Libro della Genesi e dal quarto capitolo del Vangelo di Giovanni, è preceduto dalla lettura di alcuni paragrafi dell’Enciclica di papa Francesco “Laudato si’”, con la sua visione realistica e ispirata della difesa della casa comune, dell’ambiente, di un’ecologia integrale della persona nella quale non può che inserirsi il lavoro come dimensione di dignità.
Spazio anche a brevi testimonianze di vita, come quella di Giovanna, 26 anni, che ha deciso, dopo altre esperienze non soddisfacenti, di intraprendere la Leva civica a Lecco, con il progetto “Living Land” che offre un periodo di tirocinio lavorativo retribuito. «Ho capito la bellezza di lavorare con i bambini, comprendendo la mia aspirazione a un impegno occupazionale nell’ambito sociale».
Joseph, invece, lavora in una cooperativa sociale di tipo B (tipologia che ha come obiettivo l’inserimento di persone svantaggiate per disabilità o vicende esistenziali) impegnata a Merate in servizi di pulizia ed ecologici. Spiega. “Vediamo arrivare sempre più persone reduci dalla crisi economica: ultracinquantenni, con basso profilo dal punto di vista delle competenze e per le quali il problema economico apre la strada a una discesa fatta di depressione, dipendenza e, persino, di violenza in famiglia. Il lavoro non è solo questione economica, ma di identità».
Un’identità del lavoratore cristiano che l’Arcivescovo delinea, poco dopo, nella sua riflessione.

L’intervento dell’Arcivescovo

«Le domande riguardano il sistema economico: come funziona? Chi lo governa? Quali esiti produce? Quali correttivi si potrebbero introdurre? Le domande riguardano l’organizzazione del lavoro: quale lavoro c’è? Quali prospettive si possono immaginare, per me, per la mia azienda di cui sento dire che c’è qualche difficoltà? Gli esperti offrono le loro risposte; le parti fanno presenti le loro esigenze. Il Magistero, la tradizione del Dottrina sociale della Chiesa raccomanda delle attenzioni, garantisce dei principi, prende posizione per difendere le categorie più vulnerabili. È giusto che si cosi, ma non per tutte le domande vi è risposta», osserva subito il vescovo Mario, indicando il senso della convocazione della Veglia che è, anzitutto, momento di preghiera.
«Questa non è una manifestazione contro qualcuno, non è un convegno di esperti, non una protesta. Naturalmente, i cristiani apprezzano tutti i contributi che si rivelino utili per migliorare il presente e le prospettive future dei lavoratori e delle condizioni di lavoro. Del resto, i cristiani sono presenti, con le loro competenze e il loro impegno dappertutto, in ogni categoria, in ogni situazione. Non sono fuori dal mondo, hanno ruoli, competenze e responsabilità. Non si sottraggono ad affrontare i rischi dell’imprenditoria, non si estraniano dall’impegno sindacale, non si dimettono dalle responsabilità economiche. I cristiani sono a fianco di tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Ma i cristiani sono convocati anche per pregare. Sono convinti che c’è bisogno di un orizzonte più ampio e di una speranza più grande per affrontare le sfide che si presentano».
Proprio perché chi prega vive la vita come vocazione, cercando di mettere a frutto i talenti ricevuti.
«Gli uomini e donne che pregano sono quelli che hanno sempre speranza e non sono autorizzati a scoraggiarsi mai. Ogni presente ha un futuro, ogni seminagione promette un raccolto. Sanno che devono obbedire a Dio piuttosto che agli uomini e, perciò, non si piegano all’ingiustizia, non si lasciano imprigionare nell’avidità. Sono quelli che sono consapevoli che lavorare per i talenti e per il bene comune può chiedere dei sacrifici, rendere impopolari e che, di fronte a condizioni di lavoro ingiuste e umilianti, è necessario “alzare la testa”. Quando pregano, i cristiani mettono a rischio se stessi. Sono convinti che la vocazione dell’umanità è a una fraternità e, quindi, entrano nella lotta, nel gioco delle parti, ma non odiano mai e non seminano odio, non immaginano il ricorso alla violenza come una soluzione, guardano alla controparte con fermezza, ma con rispetto anche se ha torto. Imparano a dire, Padre nostro e, quindi, padre di tutti».
«In altri momenti, con altri metodi, le nostre domande devono cercare risposte, ma qui le domande si rivolgono a Dio, alla sua missione, al suo sguardo fiducioso sul futuro e sulle nostre capacità».
Infine, il pensiero va a don Raffaello Ciccone, «anima tra noi per molti anni, nel Servizio di Pastorale del Lavoro, entrato nella gloria di Dio proprio il 30 aprile 2015».

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