Nella basilica dei Santi Apostoli e San Nazaro Maggiore celebrazione di apertura della Settimana ecumenica, presieduta dall’Arcivescovo, dal vescovo ortodosso romeno Atanasie e dalla pastora luterana Möller

di Annamaria Braccini

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Nella più antica chiesa a croce latina della storia dell’arte occidentale, la basilica dei Santi Apostoli e San Nazaro Maggiore, “Apostolorum”, tra le “matrici” della fede a Milano, si canta, si prega, ci si affida, si riflette, insieme, sull’unico Signore.

È la celebrazione ecumenica che dà inizio alla Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani. Evento necessariamente diffuso in streaming, ma al quale prendono parte, in numero limitato, Ministri delle diverse confessioni e fedeli. Concelebrano il rito l’Arcivescovo, il vescovo vicario della Diocesi ortodossa romena d’Italia monsignor Atanasie di Bogdania e la pastora Cornelia Möller, della Chiesa evangelica luterana di Milano. Presenti anche il presidente della Commissione di coordinamento per l’Ecumenismo e il Dialogo, monsignor Luca Bressan, il responsabile del Servizio diocesano, il diacono Roberto Pagani, e il presidente del Consiglio delle Chiese cristiane di Milano Francesco Castelli.

I saluti introduttivi

Dopo il saluto di don Ettore Colombo, responsabile della comunità pastorale dei Santi Apostoli, di cui fa parte la Basilica – «in questa chiesa paleocristiana, costruita a forma di croce , possiamo rivivere la stessa esperienza degli Apostoli e la forza dello Spirito che porta a compimento la preghiera di Cristo perché tutti siamo una cosa sola» – e nome del Cccm prende la parola lo stesso Castelli: «Nella preghiera che tutti siamo una cosa sola, il Signore non comanda, non pretende l’unità, piuttosto prega per i suoi discepoli. Il nostro vivere la dimensione ecumenica altro non può essere che un sintonizzarsi alla Sua preghiera. Il primato spetta alla preghiera comune, nel cammino dell’unità di coloro che, stringendosi insieme intorno a Cristo, si stringono sempre più tra di loro. Una traiettoria, questa, ben precisa per essere più capaci di ospitarci a vicenda, fino ad arrivare alla responsabilità di diventare testimoni di una pratica di comunione con Dio, come suggerisce la melodia delle Corali cristiane che concluderà la Settimana proiettandoci, dalla nostra città, a un territorio ancor più vasto».  Il ricordo è anche per le Comunità copte – non presenti fisicamente, perché nel loro calendario ricorre la vigilia dell’Epifania -, ma riunite in piena comunione spirituale.

La celebrazione e l’omelia

In tre momenti di preghiera – definite “Veglie” – si articola la celebrazione, tra le letture di altrettanti Salmi e della Parola di Dio, la Preghiera di intercessione, il silenzio, il canto.

L’Arcivescovo legge il brano del Vangelo di Giovanni al capitolo 15, con l’espressione «Rimanete nel mio amore, produrrete molto frutto», scelta quest’anno come titolo della Settimana. E dalla pagina giovannea si avvia l’omelia del vescovo Atanasie di Bogdania.

«Il fatto che siamo qui riuniti a meditare deve indurci a valorizzare queste semplici parole per portare frutto, anzi più frutto, rimanendo in Lui. Siamo in un punto strategico del Vangelo di Giovanni: Gesù si avvia verso il compimento della sua missione salvifica a Gerusalemme. Qui si situano le parole che sottolineano la necessità di essere in Cristo per realizzare terra e cielo nuovi. Il capitolo 15 del Vangelo di Giovanni sembra essere una supplica, rivolta da Gesù ai suoi amici, più che un insegnamento a rimanere in Lui, perché qualunque progetto o azione senza il Signore è vana e sterile», sottolinea il Vescovo romeno, aggiungendo: «Per portare frutto dobbiamo farci “potare”, il cui verbo, in greco, significa anche “purificare”. Dobbiamo purificarci».

Ma da cosa? Dai peccati e dagli egoismi, certo, ma anche «dai tralci vuoti, che vanno verso il nulla, dell’autosufficienza che, a livello personale ed ecclesiale, ci fa muovere nel mondo nella convinzione di avere noi ed essere noi la salvezza. La purificazione è una continua “metanoia” verso Cristo. Dio non si accontenta di “fruttarella”, ma vuole frutti belli e abbondanti». E, ancora, un “rimanere” che, in questo contesto, «vuole dire anche resistere, restare con il Signore nonostante tutto, anche la stanchezza spirituale, perseverando nella fede e nella fedeltà». Solo così possiamo essere vittoriosi, suggerisce monsignor Atanasie: «Rimanere in Cristo richiede il coraggio non solo di fidarci, ma anche di affidarci, di dire che dove Lui andrà, noi andremo. Questo perseverare arrendevole nella sapienza di Dio ci permette di guardare noi stessi e il mondo con la Sua stessa direzione. Contemplare il mistero di Dio ci darà il coraggio di dire: “Eccomi”».

Dunque, una “scuola” di fede per imparare dal Signore «a vincere avversità e tribolazioni, staccandoci dal mondo che tende a renderci schiavi dei suoi schemi, delle sue verità e ambizioni, delle sue schizofrenie e vanità; per fare delle nostre Chiese e comunità ecclesiali delle rocce che non si piegano ai venti e alle tempeste del mondo. Oggi, introdotti nella Gerusalemme terrestre, che è la storia fata di compromessi e ipocrisie, di ideologie e illusioni, in questa nostra testimonianza, lasciamoci accarezzare, sostenere, rafforzare. Corroborati dalle parole di Gesù, sostenuti dal reciproco amore, uniti dai comuni valori che hanno, in Cristo e da Cristo, la linfa vitale, condividiamo la medesima testimonianza di fede per portare al nostro mondo smarrito e confuso, impaurito e schiacciato, un messaggio di speranza».

Poi ancora preghiera, silenzio, intercessioni, strofe di brani sulle melodie della Comunità di Taizé e gesti come lo sguardo di pace rivolto verso gli altri, che sostituisce il gesto concreto dello scambio, e l’accensione dei lumini distribuiti a ciascun fedele, alla fiammella di alcuni ceri posti sull’altare. Infine la recita corale del Padre Nostro, la benedizione e la colletta, quest’anno devoluta alla Chiesa maronita del Libano, duramente colpita dalla pandemia, dalla crisi economico-sociale e dalle devastanti conseguenze dell’esplosione a Beirut dell’agosto 2020.

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