Dopo l’annuncio pre-natalizio dell’Arcivescovo, nella chiesa dell’ospedale almeno per i prossimi sei mesi troveranno posto fino a trenta persone, ciascuna con sacco a pelo e brandina o tenda

di Claudio URBANO

Policlinico_senza dimora

Sull’ambone della vecchia chiesa del Policlinico di Milano campeggia ben visibile il cartello “Vietato fumare”. Da questa sera, infatti, i senza dimora che abitualmente trovano rifugio negli spazi dell’ospedale potranno avere qui un luogo accogliente e sicuro per dormire. La disponibilità all’utilizzo della chiesa – consacrata, ma non più adibita al culto – l’aveva data il cardinale Angelo Scola, in occasione della sua visita al Policlinico il 18 dicembre scorso, accogliendo la richiesta che proveniva dalla direzione sanitaria. Meno di due mesi dopo il progetto è pronto a partire.

«È un ritorno a un’antica tradizione, quando gli ospedali non accoglievano solo i malati, ma anche i poveri», ha osservato il presidente della Fondazione Ca’ Granda Giancarlo Cesana. Un’iniziativa che risponde a un’esigenza purtroppo sempre più concreta. Già ora, infatti, circa una ventina di clochard, quasi tutti italiani, hanno per casa il Policlinico, e il fenomeno interessa anche molti altri ospedali, rimasti praticamente gli unici luoghi a libero accesso: pronto soccorso, corridoi sotterranei, sottoscala, diventano un riparo per i senza tetto, tra cui anche chi in passato ha trascorso qui un periodo di degenza.

A cercare una soluzione è stata Claudia Buccellati, presidente dell’associazione “Per il Policlinico”, che ha voluto rispondere tanto all’esigenza di garantire una maggiore sicurezza e igiene per i pazienti e gli utenti dell’ospedale, quanto alla necessità di una sistemazione dignitosa per i clochard. Un ruolo fondamentale nell’accoglienza l’avranno poi i volontari dell’Associazione Poliziotti italiani, ex poliziotti ora in pensione che si daranno il cambio ogni notte per assicurare la sorveglianza del luogo, dove i senza dimora potranno stare dalle 19 alle 7. Nella chiesa, da oggi e almeno per i prossimi sei mesi, potranno trovare posto fino a trenta persone, ciascuna con un proprio sacco a pelo (forniti dal Comune di Milano) e la propria brandina o tenda (donate da Decathlon), che di giorno potranno diventare quasi un “armadio” personale. A tutti infatti verrà dato un tesserino identificativo e i volontari, oltre a censire le presenze e a offrire la prima colazione, forniranno anche i pass per le docce e il servizio di lavanderia della Caritas.

A raccogliere e a invitare i clochard in questa nuova sistemazione, oltre ai volontari dell’associazione “Per il Policlinico”, ci sarà soprattutto Angelo Starinieri, noto come «il manager dei clochard». Un passato da professionista affermato e poi la caduta nel mondo della strada per la sofferenza dovuta alla morte di un figlio, Starinieri, che oggi sembra portare quasi con leggerezza i suoi 72 anni, dopo tre anni in strada è riuscito a risalire, a tornare alle proprie relazioni e alla propria famiglia, e ora descrive con lucidità la condizione dei senza dimora, di chi sembra non accettare altre soluzioni se non la panchina (quasi 500 quelli che non vogliono lasciare la strada, oltre a 1800 nei dormitori, secondo l’ultimo rilevamento del Comune di Milano): «Ciascuno vuole la propria libertà, ma nessuno in realtà sceglie di essere un barbone, nessuno cerca la sofferenza – spiega -. Queste persone hanno bisogno di essere avvicinate con amore, con un sorriso». Anche se sa che sarà una missione molto difficile, Starinieri punta ad andare oltre l’assistenza materiale, ridando dignità a chi verrà ospitato nella chiesa del Policlinico anche attraverso attività culturali, letture, mostre, proprio come aveva fatto lui quando la sua casa era Piazzale Cadorna: «Leggendo e pensando agli altri si inizia a pensare anche a se stessi, e a recuperare una propria identità».

Una forma di attenzione e una carità che possono esprimersi dunque non solo in un aiuto materiale: «È una disponibilità che si divide in molti rivoli» – osserva il cappellano del Policlinico don Giuseppe Scalvini -. L’accoglienza operata in una chiesa è un’altra forma, e altrettanto concreta, della presenza di Cristo». La collaborazione di così tanti soggetti a un’iniziativa che, sottolinea don Giuseppe, non è altro che «un modo ordinario di vivere il Vangelo e di chi si vuole bene», ha portato i promotori a estendere l’invito a chiunque voglia dare una mano, da un contributo economico all’imbiancatura della chiesa. E poi, è l’appello, l’iniziativa potrebbe essere estesa anche ad altri ospedali.

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