In un’epoca sommersa di parole, come fare spazio e valorizzare quelle che contano davvero? Su questo tema Giulia Ichino e Marco Balzano dialogano su Zoom dalle 18 alle 20

di Giulia ICHINO
Editor per le case editrici Giunti e Bompiani

Milanodalduomo

Insieme agli allievi dei corsi di scrittura creativa, ansiosi di veder pubblicati i loro testi e preoccupati di non trovare un editore, cerco sempre di ragionare sul mondo in cui viviamo: cioè quello della più vasta e strabiliante “democrazia narrativa” mai vista tra gli uomini. Noi che viviamo nella parte fortunata del mondo, quella che non deve darsi troppa pena per soddisfare i bisogni primari e ha accesso alle cure, all’istruzione e al voto, cresciamo immersi in un mondo di parole e di storie che ci raggiungono fin dalla primissima infanzia tramite canzoni e film, e poi attraverso i giornali, i libri e la Rete. E non ci limitiamo a nutrirci di storie, e a costruire la nostra idea del mondo secondo una linearità narrativa, fatta di un incipit e di una serie di complicazioni che conducono verso mete felici: ma ne produciamo a nostra volta in continuazione e per iscritto, dal momento che ogni giorno una parte consistente dei nostri dialoghi si svolge attraverso gli sms e le email… Se provo a immaginare come fili colorati tutti i messaggi che scrivo e quelli che leggo sul mio smartphone quotidianamente – dalle comunicazioni più intime a quelle di lavoro e alle notizie dal mondo – vedo prendere forma sopra di me una immensa coperta multicolore, fatta di tutte le parole che mi mettono in relazione con l’universo: un intreccio, un plot.

Eppure, proprio lo smarrimento di chi aspira a diventare uno scrittore riconosciuto è una delle testimonianze dell’altra faccia di questo straordinario accesso alla parola: chi dà valore alle parole, chi conosce la dedizione necessaria a scegliere quelle giuste, ad allinearle per fare sì che formino un “discorso sapiente”, si accorge immediatamente che invece esse rischiano di essere sommerse da se stesse, in un brusio crescente e spaventoso nel quale tutti parlano e nessuno più riesce ad ascoltare. Questo della misura delle parole è uno dei grandi rischi che ogni democrazia deve saper affrontare, e vincere.

Preziosissime sono, allora, le voci che si levano per ricordarci la densità insita in questo bene immateriale e miracoloso, di cui tutti possiamo disporre liberamente. Con competenza filologica e passione civile lo fa Marco Balzano nel suo libro Le parole sono importanti (Einaudi 2019), nel quale, scavando dentro la ricchezza etimologica del linguaggio, ci ricorda al tempo stesso il suo essere vivo, in continua mutazione, e dunque abitato dal mistero: «È proprio questa impossibilità di esaurire il senso [delle parole] che ci spinge a ripeterle, a riempirle di significati che si rinnovano e che rispecchiano i nostri cambiamenti. È questo rivelarsi senza mai svelarsi che le rende eternamente affascinanti».

Sono grata a Walter Magnoni per avermi invitata a dialogare con Balzano, autore di molti romanzi oltre al libro che ho citato, intorno a questo tema cruciale. Mi accosto a questa conversazione con tanti interrogativi e due sole, piccole, ma salde certezze. La prima è che uno dei modi per restituire valore alle parole sia quello di coltivare il silenzio: quello necessario all’ascolto (e alla lettura!), ma anche quello di un raccoglimento più profondo, nel quale cercare dentro di sé un setaccio attraverso cui possa depositarsi il significato di tutte le parole udite e pronunciate.  

La seconda è quella che le parole vanno maneggiate con cura, più per la forza che hanno in sé che per il rischio della loro retorica e insignificanza. Troppo spesso la nostra incuria sta nell’utilizzarle in modo improprio o tagliente, forgiando etichette e giudizi. Ciascuno di noi struttura la propria conoscenza del mondo sulla base di una lingua madre. Questo penso che dovremmo ricordare: la lingua è vasta e accogliente proprio come una madre, che osa nominare ogni cosa del mondo per consegnarlo ai suoi figli, che non distoglie lo sguardo, che tiene aperta la porta e sa che nihil humani è “alieno” da sé.

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