Redazione

L’offerta formativa nell’ambito del sistema di istruzione secondaria a Milano presenta un numero elevato di istituti (un’ottantina circa) e un’articolazione molto diversificata (13 tipi di istituti diversi) . A questi occorre aggiungere l’offerta proveniente dall’ambito comunale o privato, una cinquantina di realtà, che rappresenta l’insieme delle scuole secondarie superiori non statali, presenti in numero elevato a Milano, secondo tipologie eterogenee (dalle scuole civiche agli istituti legalmente riconosciuti e di lunga tradizione, alle scuole di comunità, ecc.).

Alla fine degli anni Novanta, si registra in città una contrazione di circa il 40% degli iscritti nelle scuole superiori, legata essenzialmente a fattori demografici, ma anche al riemergere di una propensione verso cicli brevi della formazione e a un bisogno di professionalizzazione precoce, che trova a Milano e in Lombardia una consolidata offerta formativa nell’ambito del sistema della formazione professionale regionale. A fronte dunque di un’offerta ricca e variegata dell’istruzione secondaria, le scelte scolastiche dei giovani si orientano a Milano in due direzioni, quella liceale e quella verso gli istituti professionalizzanti (alcuni indirizzi come l’alberghiero-ristorazione, il commerciale turistico risultano in crescita), a cui si può aggiungere il segmento della formazione professionale.

Anche per la popolazione scolastica un ruolo importante viene giocato dalle giovani generazioni straniere; questo tipo di scelte professionalizzanti, verso gli istituti tecnici e professionali e anche verso la formazione professionale, così come l’incremento generale della popolazione scolastica, sono infatti da attribuire alla presenza crescente di alunni stranieri.

Un’altra questione merita di essere ricordata. Anche all’interno dei percorsi scolastici dei giovani milanesi èpossibile riscontrare livelli consistenti di insuccesso, quindi rilevare percorsi discontinui, accidentati, fatti di bocciature, ripetenze, abbandoni del percorso o della scuola stessa (con dati in genere più elevati per l’utenza straniera). E però va segnalata una migliore riuscita delle femmine, le quali peraltro, come è noto, hanno superato da qualche tempo i coetanei maschi quanto ad investimento formativo.

Sul versante poi del segmento di istruzione terziaria, la criticità della transizione in uscita dalla scuola secondaria superiore è ben documentata dagli esiti delle immatricolazioni e dai percorsi degli studenti universitari. In Lombardia sono oltre 60 mila i giovani che concludono annualmente la maturità, 25 mila nella sola città di Milano; di essi circa i due terzi sceglie di iscriversi all’università e sovente si orienta verso una delle dodici università lombarde.

Spingendoci oltre nei percorsi dei giovani milanesi verso l’età adulta e soffermandoci precisamente sull’accesso al lavoro, Milano – «enciclopedia dei lavori» – offre un quadro articolato per gli sbocchi lavorativi dei giovani, in cui gioca un ruolo chiave la questione della flessibilità e il suo ambivalente impatto (non a caso le donne e i giovani sotto i 25 anni sembrano essere i soggetti maggiormente coinvolti dalle forme contrattuali atipiche). Cambia il «campo di gioco» lavorativo per i giovani (e anche per gli adulti, però), che si comprime, si dilata e sfuma i propri bordi e confini (tra lavoro standard, atipico e sommerso), in cui si entra e da cui si esce con maggiore frequenza e non sempre per scelta, nell’ambito di un’esperienza lavorativa sempre più individualizzata e solitaria.

Non è forse un caso che le manifestazioni di piazza dei giovani francesi contro il provvedimento (poi ritirato) che mirava a introdurre il Cpe (contrat de première embauche, contratto di primo impiego), abbiano molto colpito anche l’opinione pubblica italiana, quasi ne avessero toccato un nervo scoperto.

Il ventilato contratto, che avrebbe rafforzato l’instabilità del primo ingresso, rendendo possibile il licenziamento senza giusta causa entro i primi due anni del rapporto, ha riacceso infatti il dibattito attorno ai giovani e alla flessibilità che connota i primi passi del loro percorso lavorativo.

La domanda ricorrente è stata: succederà anche da noi? Difficile fare i futurologi; ma se, da sociologi, cerchiamo di leggere nel presente i segni di cambiamenti possibili, occorre riconoscere che stanno maturando anche nel nostro Paese (e a Milano in specie) una serie di situazioni che suscitano preoccupazione. Certo, l’Italia presenta una più forte rete informale di sostegno e un modello di protezione di tipo familistico; la famiglia, pur se le cose stanno modificandosi, funge da ammortizzatore sociale e attutisce i contraccolpi della disoccupazione temporanea e dell’instabilità. E però non vi è dubbio che l’insoddisfazione covi sotto la cenere.

Non c’era l’ideologia nelle piazze francesi (o ce n’era poca, se confrontata con la protesta del ‘68), ma c’era piuttosto la preoccupazione di rimanere intrappolati nei segmenti più deboli del mercato del lavoro. Anche da noi, la preoccupazione tra i giovani è palpabile; riguarda l’incertezza del loro futuro e in particolare investe le prospettive occupazionali: essi sono contenti di lavorare (non è difficile, almeno al Centro-nord, trovare un qualsivoglia lavoro), ma sono per lo più insoddisfatti dei lavori che svolgono. (e.z)

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