«I giovani hanno grandi aspettative riguardo il lavoro - spiega don Raffaello Ciccone, responsabile della Pastorale diocesana -. Se prese sul serio generano coinvolgimento e senso di responsabilità»

di Andrea GIACOMETTI

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Una sfida e un’opportunità, l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, secondo la Pastorale del lavoro diocesana. Un momento importante, ma che normalmente viene sottovalutato, quando non addirittura ignorato. E invece… «E invece ci sono una ricchezza e una particolare sensibilità che i giovani portano – rimarca il responsabile don Raffaello Ciccone -, e che possono diventare patrimonio dell’azienda e del lavoro, se apprezzati e capiti per tempo». Un momento delicato, il primo ingresso, che bisogna considerare in tutta la sua ricchezza di valori e potenzialità, come spiega don Ciccone.

“I valori che i giovani portano nel lavoro” è il titolo del Convegno della vigilia di sabato 9 febbraio, che introdurrà alla XXVII Giornata della Solidarietà. Quali sono questi valori?
Sono una serie di aspettative, di bisogni, di urgenze che il ragazzo avverte avvicinandosi per la prima volta al posto di lavoro. Per esempio, portano il bisogno di autorità, sentono la necessità che qualcuno dica loro ciò che serve, che vale, che è importante. Hanno bisogno di indicazioni precise. Sentono l’urgenza di sperimentare i propri limiti, di incontrare qualcuno davvero esperto che li possa guidare. C’è il bisogno di sviluppare rapporti con gli altri. Affrontare la novità di orari e scadenze, capire e interpretare ciò che accade ogni giorno.

Cosa accade se questi bisogni vengono presi sul serio?
In questo caso i bisogni diventano valori di grande importanza. Diventano una premessa indispensabile perché sul posto di lavoro si sviluppino collaborazione, attenzione, coinvolgimento, responsabilità, dando vita a un’azienda più matura e alla possibilità che il ragazzo viva il proprio lavoro in un senso profondamente umano.

Perché tutto ciò accada, le aziende hanno una grande responsabilità…
Certamente. L’azienda può svolgere un ruolo positivo solo se non si dimostra orientata esclusivamente al profitto, al ritorno economico immediato. Se, rispetto ai giovani, l’azienda riesce a ragionare su tempi più lunghi, finisce per deteriorare se stessa. Perde interesse per investimenti lungimiranti, per la ricerca, per la qualità. E, quanto al giovane, per lui il lavoro diventa il regno della precarietà.

I giovani precari oggi vengono riscoperti da libri e film. Come affrontare questa condizione?
Il ragazzo che vede ignorati i suoi bisogni resta deluso, capitalizza il più possibile e poi cambia lavoro, una, due, tre volte. Magari, a differenza degli adulti, con meno angoscia, dato che la novità può essere uno stimolo interessante. E’ però necessario superare questa logica superficiale e improvvisata. Magari attraverso la riscoperta del senso del lavoro come servizio agli altri, come vocazione a rispondere a necessità sociali diffuse. Una riscoperta che può aiutare a scegliere bene il proprio lavoro e, prima ancora, i propri studi. Una scelta importante, che deve essere suggerita e sostenuta dalla famiglia, dalla scuola, dalla società.

 

 

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