Nel Convegno della Vigilia della Giornata della Solidarietà, promosso dal Servizio per la Pastorale Sociale e il Lavoro della Diocesi, sono stati messi a tema la questione abitativa e il lavoro. Diritti di una democrazia sostanziale tra luci e (molte) ombre

di Annamaria BRACCINI

convegno solidarietà 2016

Nell’Anno in cui, in stretto collegamento con il Giubileo, le tradizionali “Quattro Giornate” della Chiesa ambrosiana, sono dedicate, ciascuna, a un’opera della Misericordia e alla vigilia della prima di tali Celebrazioni, la Giornata della Solidarietà del 24 gennaio, si parla di casa, nel Convegno promosso dal Servizio per la Pastorale Sociale e il Lavoro della Diocesi.

E non potrebbe, forse, che essere così rimodulando, in un senso moderno e metropolitano, il tema della Giornata: “Alloggiare i pellegrini”. Dai cambiamenti del mondo del lavoro che, sotto molti aspetti, ha avuto ricadute significative sul contesto e sul modo dell’abitare, alla casa come diritto fondamentale, la discussione – che si svolge presso la Sala della Comunità della parrocchia “Maria Regina della Pace” –, è ricca di numerosi spunti di riflessione a partire dal titolo stesso, “Lavoro, casa e relazioni nei processi di mobilità legati al mondo del lavoro”.

Aperto dal responsabile del Servizio per la Pastorale Sociale e il Lavoro, don Walter Magnoni, l’incontro si articola attraverso gli interventi dei due relatori, Antonio Galdo, giornalista, scrittore, analista delle dinamiche della contemporaneità e direttore del sito www.nonsprecare.it e Silvano Petrosino, notissimo docente di filosofia presso l’Università Cattolica. A tirare le conclusioni è il vicario episcopale di settore, monsignor Luca Bressan.

«L’agenda della politica deve fondarsi sull’accesso ai diritti dei cittadini e il lavoro e la casa sono diritti primari della persona», dice Galdo che, con concretezza, prova a immaginare un possibile scenario di soluzioni all’oggettivo problema, sempre grave, dell’emergenza abitativa e delle periferie.

Il riferimento è a un “piano-casa” sul modello di quello varato nel 1949, e proseguito per ben quattordici anni, fino al ’63, dall’allora ministro Amintore Fanfani che portò alla costruzione di due milioni di vani per un totale di 335.000 alloggi.

«Un piano casa deve partire dalla vergogna del congelamento dei Beni appartenenti allo Stato, compresi quelli sequestrati alla mafia», scandisce Galdo. «Un grande piano-casa non può che partire dal patrimonio immobiliare pubblico – demaniale, dello Stato, delle società partecipate, degli Enti pubblici, dei Comuni e Regioni – che, invece, che finire nelle mani dei soliti speculatori, deve essere messo a disposizione di un progetto abitativo pubblico. C’è, poi, un secondo “pilastro” di tale piano che riguarda la parte finanziaria per cui occorrerebbe coinvolgere le Fondazioni bancarie e il risparmio privato, al fine di consentire a tassi molto agevolati la concessione di mutui per chi fosse interessato ad acquistare le case rientranti in questo piano».

E se, certo, non è cosa facile, bisogna, tuttavia, pensare che molto è già stato fatto in Italia anche con esperienze che si sono rivelate felici e producenti, come il cosiddetto co-housing, «Un modello che permette sostenibilità, condividendo le ristrutturazioni, creando spazi comuni utili, per esempio, ai più piccoli e immaginando la possibilità di avere a disposizione comunitariamente alcuni servizi, come quello per gli anziani non autosufficienti».

«A Milano vedo che si costruiscono bellissimi grattacieli “verdi”, ma non credo che siano alla portata di giovani coppie o di famiglie della fascia di reddito medio bassa e nemmeno media, probabilmente», evidenzia ancora Galdo. «Si deve, per l’edilizia privata, ripartire dallo spreco di proprietà pubbliche, non pensando di demolire e ricostruire, ma lavorando, come dice Renzo Piano, di “chirurgia” nelle periferie: ossia valorizzandole e riqualificandole. Non si creerebbero, così, nuovi ghetti costruiti apposta per essere distanti dal Centro e senza collegamenti con i cuore delle città».

«Riflettere sull’abitare e sul lavoro è anche pensare a ciò che abbiamo fatto, perché nella maggior parte dei casi, il bene è più del male», sottolinea, da parte sua, Petrosino che, in un appassionato approfondimento del tema, disegna la portata della questione casa e del lavoro, inserendola nell’orizzonte ampio del “desiderio” come cifra interpretativa simbolica. «Abbiamo una tradizione di duemila anni, ma è come se fosse assolutamente necessario lasciarci istruire dall’esperto, che viene magari dall’altra parte del mondo, come se non fossimo capaci di essere all’altezza della nostra esperienza e ricchezza umana. Abbiamo sempre bisogno di qualcosa di altro».

Eppure, come viene ribadito, non partiamo, come Paese e civiltà, “da zero”, semmai il problema è un altro: «Siamo sicuri che abbiamo voglia di riflettere davvero sui grandi temi come il desiderio, la famiglia – di cui abbiamo dato un immagine falsa e irreale –o la cittadinanza? Ricordiamoci che, evangelicamente, il grano sta sempre insieme alla zizzania, non bisogna confonderli e pretendere di separarli, occorre accettare di vivere nelle fatiche e in ogni aspetto dell’esistenza sapendo che finché si vive c’è una possibilità, ma bisogna farsi venire delle idee, magari geniali come il Fondo Famiglia-Lavoro che, non a caso, è studiato nelle Università di Economia di mezzo mondo».

«È emerso con chiarezza che dobbiamo abitare la complessità del presente, che parte anzitutto dai noi stessi, perché il desiderio può nascondere volti che, nemmeno noi, conosciamo di noi stessi. Proviamo a “scoprire le carte”, ad andare in profondità, riconoscendo quello che veramente vi è nel nostro animo per capire se vogliamo davvero un lavoro e una casa dignitosa per tutti, oltre gli individualismi e gli egoismi. La casa, idealmente e concretamente, è il luogo privilegiato per passare da una logica dell’ “io” a quella del “noi”», sintetizza don Magnoni.

Poi, le domande dei partecipanti, attraversate da una sorta di filo conduttore che si potrebbe tradurre nell’unico interrogativo del perché non si riesca a immaginare progetti e tradurli in pratica partendo dai bisogni e allargandosi alla dimensione umana del desiderio e della speranza. Basti pensare alla Milano città dalle sette Università, in cui nessuno ha seriamente varato una soluzione per dare casa agli studenti “fuorisede”.

«La qualità di una democrazia non si misura solo sulla possibilità di andare a votare: una democrazia che non assicura lavoro e abitazione non è sana», osserva Galdo, cui fa eco Petrosino: «Per istruire un progetto ci vogliono libertà e tempo Ma ne abbiamo voglia? Abbiamo voglia di farlo insieme? Eppure, il “ripensare” è necessario perché porta ad andare contro l’ideologia dominante e il pensiero unico».

Ci si chiede anche quale sia, in tutto questo, il ruolo dei Cattolici: «Dopo la caduta della Prima Repubblica, è abbastanza irrilevante e strumentalizzato», dice Galdo, «da tempo non abbiamo seminato e dato un segno della nostra presenza. I Cattolici dovrebbero ripensare il loro essere protagonisti nel campo della politica. Vogliamo lasciare tutta la ricostruzione di un’area moderata – perché qualcuno, prima o poi, la occuperà – ai qualunquismi di turno?».

Come diceva il cardinale Martini: «Cristiani, non state alla finestra».

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