«Temo però uno shock culturale - scrive dal Camerun un sacerdote in missione -. Sostenete i nostri sforzi e pregate»

di don Alberto DELL’ACQUA

Devo dire che ho un po’ di paura a portare una famiglia in Italia: penso che per loro possa essere uno “shock culturale” non indifferente! È per questo che farò il possibile per accompagnarli io nell’esperienza (se riesco a farmi sostituire qui, visto che sono solo come prete). Spero fortemente che questo incontro contribuisca in positivo alla loro vita e che non divenga invece un’esperienza negativa qualora si facessero prendere dalle tante “cose” che vedranno e che avranno voglia di avere (immagino come ci resteranno quando entreranno per esempio in un nostro centro commerciale), più che dalle persone e dalle realtà che incontreranno.

Nella nostra parrocchia di Garoua nel Nord del Camerun abbiamo creato da un anno il “gruppo famiglie”: una sessantina di coppie, per lo più di età media, perché è difficile che due giovani cristiani scelgano di sposarsi subito in chiesa, è una rarità che qualche volta comunque capita e dà un grande stimolo ad altri. Di solito prima si sposano secondo la tradizione della loro etnia, dopo qualche anno celebrano quello civile e dopo qualche anno ancora il matrimonio religioso.

Con questo gruppo abbiamo concordato un percorso di formazione di 4 incontri all’anno (a partire da una rivista africana preparata per raduni di questo tipo), più 2 ritiri, oltre alla preparazione della festa della famiglia. È a loro che ho lasciato la libertà di scegliere la famiglia che avrebbe avuto il privilegio e l’onere di venire in Italia: si sono riuniti tre volte, prima di sceglierla. Dopo il rientro ci sarà sicuramente una condivisione grande dell’esperienza vissuta, così come avviene qui quando qualcuno è inviato a un avvenimento come rappresentante di un gruppo o della comunità.

Devo dire, con rammarico, che non abbiamo potuto prepararci utilizzando le catechesi predisposte dall’ufficio competente per l’Incontro mondiale: le ho lette e non mi sembravano adatte per riflettere insieme alle famiglie africane, mi sembravano molto “eurocentriche” e anche il tema delle giornate mi sembrava mettesse in luce un “problema” più europeo che mondiale (questa è solo la mia opinione). Non so nemmeno quale contributo potrà dare una famiglia come quella che porto io o come altre che vengono dal sud del mondo rispetto al tema: comunque per loro sarà sicuramente una forte esperienza di Chiesa universale.

Intanto stiamo cercando di preparare i documenti necessari perché non è un’impresa facile! Per avere il passaporto qui ci vuole una vita, senza contare tutte le precauzioni che l’Ambasciata Italiana in Camerun chiede per ottenere il visto per l’Italia. Non siamo sicuri di farcela e non lo saremo fino all’ultimo… ma speriamo non sia una fatica che poi risulti inutile a causa della burocrazia. Sostenete i nostri sforzi e pregate per noi. Le parrocchie di Villa Cortese e di Busto Garolfo, attraverso l’Unità di Pastorale giovanile, stanno cercando di darci una mano per pagare il viaggio e ospitare la famiglia, un grande grazie a loro!

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