Questo il tema trattato nella riunione del Consiglio presbiterale svoltasi in settimana. Due mozioni: distinguere il diaconato dalla prima destinazione e immettere i nuovi sacerdoti con una destinazione non a termine

di Anna MEGLI

Consiglio presbiterale

«Sembra che il numero e l’età dei sacerdoti, nella situazione pastorale attuale, in rapporto alla struttura dei candidati al presbiterato, ci chieda di riflettere su una riforma del clero. Il Consiglio presbiterale, quindi, non solo dovrà stare attento a qualche particolare, ma è richiesto di formulare proposte istituzionali nell’ottica di una nuova fisionomia del clero in generale e del cammino di formazione». Così nella seduta del Consiglio presbiterale di mercoledì 6 marzo presso il Seminario di Seveso, il Vicario generale, monsignor Mario Delpini – che presiedeva la giornata in assenza dell’Arcivescovo, a Roma per il Conclave -, ha sollecitato la riflessione dei sacerdoti , aiutando tutta l’assemblea a porre attenzione, in particolare, all’analisi della modalità con cui in questi ultimi anni si è provveduto all’inserimento nel ministero dei nuovi presbiteri.

I numerosi interventi dei consiglieri hanno preso il via dalle sollecitazioni date dalla relazione di monsignor Luigi Stucchi, vescovo ausiliare e vicario episcopale per la Formazione permanente del clero. Monsignor Stucchi ha messo in luce alcuni nodi tematici importanti, ricordando come i presbiteri sono un dono dello Spirito Santo fatto a tutta la Chiesa, in vista dell’attuazione del sacerdozio battesimale di quanti ne fanno parte. Ha sottolineato inoltre come «in questo senso essi sono “inviati” di Cristo e suoi “servitori”, chiamati a essere con lui e in lui “pastori” del suo popolo. Il presbiterato si comprende in relazione al ministero apostolico, sorto dal mistero stesso di Cristo come realtà totalmente nuova, contraddistinta dalla partecipazione alla missione e al servizio che furono dello stesso Cristo Gesù, in ordine all’edificazione del popolo di Dio».

L’attenzione dei consiglieri si è però soprattutto focalizzata sull’importanza della formazione del presbitero, iniziale e permanente, ricordando come essa sia un accompagnamento da intendere come l’affiancarsi sollecito a ciascun presbitero e l’impegno istituzionale volto a offrire occasioni e strumenti per coltivare lo stile evangelico del ministero, per promuovere un’intensa fraternità presbiterale, attuare un illuminato discernimento pastorale e culturale e favorire una fruttuosa corresponsabilità pastorale dei ministri ordinati con religiosi/e e laici.

La maggior parte degli interventi, sollecitati anche da specifiche domande contenute nel documento di preparazione per l’incontro, si è concentrata sul tema dei primi anni della vita del presbitero e in particolare su due tematiche: il rapporto tra l’esperienza diaconale e quella presbiterale successiva e la definizione di un preciso tempo relativo alla prima destinazione. Il dibattito, che ha visto l’intervento di numerosi sacerdoti, è culminato nella stesura di due mozioni che verranno presentate all’Arcivescovo e che suggeriscono di distinguere il Diaconato dalla prima destinazione e di immettere il novello sacerdote con una destinazione non a termine, con affidamento al presbiterio e alla formazione permanente attraverso l’Ismi.

Il Vicario generale nel suo intervento conclusivo ha ripreso alcune domande che riguardavano temi specifici e ha illustrato la proposta dell’Arcivescovo che riguarda il corso seminaristico residenziale (comunità liceale – ultimi tre anni delle superiori) e i lavori di ristrutturazione del Seminario di Venegono.

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