Redazione

Nei nostri Rapporti annuali non abbiamo mai mancato di mettere in luce le implicazioni sociali delle trasformazioni in corso e i problemi di coesione sociale che una città come Milano presenta. Sull’onda dei mutamenti che connotano il mercato del lavoro e quello abitativo, l’assetto demografico e l’organizzazione delle famiglie, appare ormai evidente il processo di disarticolazione-riarticolazione sociale, che si svolge attorno al duplice dinamismo di un graduale dissolvimento dell’organizzazione sociale tipica della città industriale e di una disordinata implementazione di nuove forme della vita quotidiana.

In questo processo si pongono le premesse per il dispiegarsi di una nuova questione sociale (Castel 2004); una questione che non assume a Milano i tratti tipici di una vera e propria crisi sociale, e tuttavia investe i principali elementi costitutivi della coesione sociale della città, ovvero la distribuzione relativamente equa delle risorse, la stabilità dei meccanismi di integrazione sociale, la capacità di assorbimento delle tensioni da parte delle famiglie.

Tre i versanti critici della coesione sociale a Milano. Il primo è rappresentato dalla crescente polarizzazione sociale e territoriale cui è soggetta la popolazione milanese, documentata da fenomeni quali: il costante aumento dagli anni ’90 delle distanze economiche e sociali, in misura superiore rispetto alla regione e al Paese; i processi di redistribuzione residenziale nell’area metropolitana, legati all’aggravarsi della questione abitativa; l’emergente polarizzazione insediativa, tramite processi microterritoriali alquanto segmentati e difficilmente individuabili; i massicci flussi migratori dell’ultimo decennio.

Il secondo versante critico è costituito dall’aumento dell’instabilità sociale, che ha a che fare con noti processi di flessibilizzazione del mercato del lavoro, con la destabilizzazione e l’irrigidimento del mercato abitativo (legati soprattutto agli sfratti, alle carenti risposte dell’edilizia pubblica, al disagio abitativo con la destabilizzazione della famiglia.

Il terzo fenomeno problematico riguarda il notevole sovraccarico di compiti cui sono soggette le famiglie milanesi, sul quale abbiamo messo l’accento in diversi Rapporti precedenti e che sembra pregiudicare quella capacità delle reti familiari e di prossimità di far fronte alle disuguaglianze e all’instabilità sociale che fin qui aveva sostanzialmente tenuto (Zucchetti 2006, 2005b, 2004). Come abbiamo più volte evidenziato, oggi la capacità integrativa delle reti mostra alcuni segni di indebolimento, ravvisabili in primo luogo proprio all’interno della famiglia.

Quest’ultima appare infatti sovraccaricata da molteplici funzioni, a causa dell’azione di tre processi: l’aumento della domanda di lavoro sociale prodotto dalle dinamiche socio demografiche; la minor capacità di assorbimento del carico di cura da parte delle famiglie, connessa all’aumento del tasso di attività femminile e più in generale all’aumentato stress finanziario, ai cambiamenti dei modelli culturali e alla marcata individualizzazione dei rapporti familiari; la carenza di servizi pubblici di care, in specie di quelli rivolti alla popolazione anziana.

I problemi di coesione sociale non appaiono slegati dal problema generale della sicurezza. La città è il luogo in cui l’insicurezza si presenta come cifra distintiva; la vita nella città diventa quasi sinonimo di pericolo (Bauman 2005). E fatti recenti lo hanno documentato, in termini di allarme sociale, a Milano come in altre città europee (Lagrange, Oberti 2006).

Quando parliamo di sicurezza riferita al contesto urbano ci riferiamo a situazioni e fenomeni che abbracciano l’ambito criminale e le sue tradizionali politiche di contrasto, ma che – al tempo stesso – lo superano, focalizzandosi su aspetti e competenze più tipiche dell’ente locale come le politiche abitative, urbanistiche, sociali, giovanili, ecc. Dobbiamo tuttavia fare i conti con l’apparente paradosso che gli indicatori utilizzati per misurare la sicurezza urbana sono soprattutto quelli dei reati denunciati e, con minori fonti disponibili, quelli inerenti alla percezione della sicurezza.

Infatti è importante sottolineare che le logiche dell’insicurezza urbana che colpiscono l’opinione pubblica possono essere il prodotto di due dimensioni indipendenti tra loro, una oggettiva e una soggettiva (quest’ultima legata sia a inciviltà, degrado e disordine urbano, sia a un deficit di coesione tra i residenti, come condivisione di aspettative circa il controllo informale dello spazio pubblico, e sia a una minore fiducia nelle forze dell’ordine).

Restando sul versante oggettivo, vale la pena di notare che nella realtà milanese e lombarda i dati mostrano una situazione della sicurezza caratterizzata da una generale riduzione dei reati denunciati, ferme restando alcune eccezioni quali le violenze sessuali e le lesioni dolose; e anche a livello internazionale Milano sembra collocarsi in una posizione comparativamente migliore di altre capitali europee.

Certo la distribuzione del rischio criminalità/illegalità sul territorio milanese appare relativamente disomogenea, atteso che le zone centrali della città di Milano tendono a mantenere un livello di rischio più elevato per i reati predatori e la vendita di prodotti contraffatti, soprattutto perché sono le più frequentate, anche dai turisti. Esiste poi il problema dei parchi e delle aree verdi, pur se in alcuni casi è stato in parte risolto con l’installazione di sistemi di videosorveglianza (Fonio 2007); mentre i problemi relativi al disagio delle periferie rappresentano situazioni non risolvibili in un breve periodo, in quanto richiedono consistenti impegni di spesa e interventi di recupero decisamente lunghi. (e.z.)

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