Redazione

Quando la coppia è solida, è possibile vivere il proprio ruolo di mamma e papà in maniera paritaria, rispettando le vocazioni di ognuno. E anche aprirsi agli amici e all’esterno. Un giornalista racconta la sua storia.

di Giorgio Acquaviva

Ci siamo sposati nel 1973. Avevo 24 anni, mia moglie 22. Praticante giornalista io, studentessa universitaria iscritta all’ultimo anno di Scienze Politiche lei. L’idea che ci guidava era di mettere in piedi un matrimonio paritario, senza ruoli prefissati, ma basato su rispetto e solidarietà, forte nell’amore di coppia e solidamente legato a una rete di amicizie, aperto all’esterno. Questo il programma – il “cammino”, come l’abbiamo definito ricorrendo a una figurazione che ci accompagnerà sempre – esplicitato negli incontri col “nostro” prete, che con dieci anni di anticipo ci proponeva i discorsi che avremmo ascoltato da papa Wojtyla durante la catechesi sulla “teologia del corpo”.

Entusiasmo, nostro e degli amici, anche perché siamo stati fra i primi del gruppo a mettere su casa. Divenendo subito luogo di ritrovo e discussione e riflessione. Sono venuti anni impegnativi ed entusiasmanti. Il primo figlio nato nel 1974, la seconda nel 1977, il terzo nel 1983. Nel frattempo il mio lavoro di giornalista si evolveva, ma sempre con turni serali e notturni, che da una parte rendevano faticoso mantenere saldi i rapporti con gli amici e la partecipazione ad attività ecclesiali e/o politiche; ma dall’altra rendevano concretamente possibile la gestione paritaria della vita familiare, valorizzando le mie mattine tutto sommato libere da attività lavorative.

I figli si sono abituati a vedere me con loro al mattino e la madre con loro al pomeriggio; mi chiamavano “pamamma”. La mamma ha potuto così fare la sua carriera in università, passando tutte le fasi di precariato come ricercatore, poi i concorsi, le pubblicazioni, le lezioni, gli esami… La fatica rimaneva tutta, ma poggiava su doppie spalle.

Sono venuti gli anni della scuola, degli scout, della catechesi. Il tutto con l’impegno (quasi sempre riuscito…) di affrontare temi e problemi non in ordine sparso, ma insieme. Abbiamo anche avuto la ventura di trascorrere un anno all’estero: una esperienza che ci ha cementato moltissimo. Alla lunga i risultati si sono visti. I tre figli – pur diversissimi come indole e tendenza – hanno l’aria di aver preso la vita sul serio.

Il figlio maggiore è sposato, ha due bambini, vive e lavora all’estero; la seconda è anche lei sposata, in maniera diversa (il suo è un matrimonio “misto”). Tutto bene, dunque? Non lo so e non sta a me dirlo. Forse si sarebbe potuto sviluppare di più le vocazioni personali di ciascuno, ma le scelte (che significa, in positivo, assumersi le giuste responsabilità; e, in negativo, scartare aspetti che venivano ritenuti secondari o meno rilevanti per la vita familiare) sono sempre state fatte paritariamente, senza fughe in avanti o timori frenanti, né viviamo recriminazioni.

Le scelte – nate anche da confronto con gli amici – hanno costituito quella che la tradizione ebraica chiamerebbe “una siepe” di protezione attorno alla nostra idea di vita-in-comune. Una riprova l’abbiamo avuta quando abbiamo celebrato i 25 anni di matrimonio, riuscendo a raccogliere attorno a noi parenti e amici. Questi ultimi, soprattutto, rappresentanti di tutte le stagioni della nostra vita, dagli anni giovanili dell’università ai decenni successivi. Una festa corale che ci ha ridato fiato e forza, nel segno della speranza, nonostante gli acciacchi e i capelli bianchi. Tutto questo – stando al “progetto” iniziale – è quanto potevamo realisticamente immaginare di poter fare. Il resto, come si sa, è nelle mani di Dio.

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