Redazione

Silvio Colagrande racconta la sua esperienza di non vedente, la vita al Centro di Inverigo, l’incontro con don Gnocchi e, in particolare, l’improvviso trapianto di cornea e che il dono era per lui.

di Luisa Bove

Era appena un bambino Silvio Colagrande quando nel 1952 è stato colpito agli occhi da calce viva. Per un paio d’anni è rimasto completamente cieco, «poi ho iniziato a vedere qualcosa, ma non riuscivo né a leggere né a scrivere», racconta. Nella primavera del ’54, grazie a un suo cugino, è riuscito a entrare nel Centro della futura Fondazione Don Gnocchi di Inverigo.

Se lo ricorda ancora il primo incontro con don Carlo. Silvio, insieme agli altri ragazzi, stava giocando in cortile: «Tutti gli siamo andati incontro e lui ha preso in braccio il più piccolino che aveva davanti – non ricordo come si chiamasse -, e si è fermato alcuni minuti». Non parlava, dice ancora Colagrande, ma continuava ad osservare tutti, «con quella sua espressione sorridente».

Dopo solo quindici giorni dal suo arrivo nel Centro, don Renato Pozzoli lo ha accompagnato per una visita dal professor Galeazzi. Da lì fu subito chiaro che necessitava di un trapianto di cornea, ma le leggi italiane non permettevano l’intervento. L’ipotesi era quindi di portare il ragazzo in Svizzera e così fu richiesta autorizzazione ai genitori per il trasporto in Croce Rossa.

Poi Silvio fu trasferito nel Centro di Roma e iniziava a studiare l’alfabeto Braille. Un giorno improvvisamente – era il 27 febbraio 1956 – è arrivato il professor Galeazzi. «Ha incontrato tutti i ragazzi e mi ha riconosciuto», spiega Colagrande, «e la sera stessa siamo partiti per Milano». Non gli fu detto che cosa stava succedendo, né che don Carlo Gnocchi stava morendo e che presto avrebbe ricevuto la sua cornea.

Aveva solo intuito qualcosa perché giunto in ospedale Oftalmico lo prepararono per l’operazione. Seppe poi lì, dalla radio di qualche paziente, che don Carlo era morto. «Mi risvegliai, a operazione fatta, il giorno dopo, era il 29 febbraio, anno bisestile». Dopo i primi timori di una regressione, la situazione migliorò. Il ragazzo rimase in ospedale diversi mesi e quell’estate gli fu concesso di partire per il mare con altri amici del Centro di Salerno.

Al ritorno la sua situazione era decisamente migliorata e poté tornare a Inverigo e frequentare la terza elementare. Le medie le fece al Centro di Roma, poi andò a Milano e continuò a studiare. Poco prima di laurearsi in Bocconi, monsignor Ernesto Pisoni, l’allora presidente della Fondazione Don Gnocchi, gli offrì il posto di vicedirettore proprio al Centro “S. Maria alla Rotonda” di Inverigo. Accettò volentieri l’incarico e oggi è ancora lì, come direttore, e cerca di mantenere vivo lo stile che aveva imparato quando da ragazzo era stato ospite.

Oggi il Centro si occupa di bambini cerebrolesi, con deficit motori e mentali. I residenti sono 36, mentre i degenti diurni sono 25, ma il Centro accoglie anche un gruppo di disabili della zona. In occasione del 50° della morte di don Gnocchi ogni realtà della Fondazione organizza manifestazioni e iniziative. «A Inverigo», dice il direttore Colagrande, organizzeremo una mostra artistica e un concorso di pittura».

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