Redazione

La Fondazione è presente anche in Bosnia Erzegovina, Africa, America Latina e Asia. Ma nuove strutture nasceranno anche a Tricarico, Sant’Angelo dei Lombardi e a Rovato, nel 2006 partirà anche il progetto per un centro Irccs a Firenze.

di Luisa Bove

«Noi siamo figli di un sogno», dice monsignor Angelo Bazzari, presidente della Fondazione Don Gnocchi, «un sogno concepito nell’inferno bianco russo». Il 22 settembre 1955, alla presenza del presidente della Repubblica Gronchi, don Carlo pose la prima pietra dell’Opera che oggi conta 28 Centri in tutta Italia. Pochi mesi dopo il fondatore moriva, ma aveva senz’altro raggiunto l’apice di quella che lui definiva la sua “carriera”: servire i poveri. «Vivo tutto questo non come un compito assegnato», scriveva il sacerdote, «ma come una grazia».

Il sogno, concepito da don Carlo durante la campagna di Russia, poteva “evaporare”, ammette Bazzari, invece «èdiventata un’idea martellante e ossessiva: realizzare un’opera di carità». Il cappellano al fronte aveva infatti scritto un giorno al suo arcivescovo, il cardinal Schuster: «Se mi sarà dato di tornare ho fatto un voto, non potrò più essere un prete normale…». Quella promessa era per lui come un impegno da onorare, non una vaga idea, ma un progetto.

Non era un’opera assistenziale, simile a tante altre, ma qualcosa di assolutamente nuovo: la riabilitazione. Per lui non si trattava di «“parcheggiare” i ragazzi in un istituto, ma di restituire a ognuno la qualità della vita e riconsegnarli alla società». Don Carlo lo faceva con i poveri mezzi di cui disponeva: grucce, strumenti rudimentali, protesi canadesi… Nulla a che vedere con le attuali attrezzature d’avanguardia e la tecnologia avanzata.

«Da buon prete ambrosiano, che sa rivestire la carità di concretezza», dice ancora il presidente della Fondazione, «don Carlo ha realizzato un’opera che allora poteva sembrare un po’ folle».

Secondo Bazzari la sfida del 50° anniversario è quella di lasciarsi guidare da don Gnocchi per riuscire a intercettare i nuovi bisogni della gente. Le quasi 10 mila persone che oggi frequentano i Centri e i consultori non chiedono solo di essere «accettate», ma «accolte». Anche Benedetto XVI nell’enciclica “Deus caritas est” dice che «non basta la competenza professionale, né lo sforzo organizzativo e gestionale», spiega il presidente, ma va aggiunta «la formazione umana e solidale». In una parola, occorre amare.

L’impegno degli “eredi” di don Carlo ha superato i confini nazionali per diventare «solidarietà internazionale», come la chiama Silvio Riboldazzi, direttore generale della Fondazione. Ci sono infatti attività in Bosnia Erzegovina, Africa, America Latina e Asia. «Cerchiamo di fare qualcosa “alla don Gnocchi”», dice. Ma nuove strutture nasceranno anche a Tricarico, Sant’Angelo dei Lombardi e a Rovato, nel 2006 partirà anche il progetto per un centro Irccs a Firenze.

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