Redazione

«…se il Signore ci ha chiamati a vivere qui e in questo tempo, ciò significa che c’è un progetto d’amore per noi e per tutti quelli che incontriamo…»

di Matteo Crimella

«Pace e bene!». Così mi accoglie padre Amjad, parroco di una piccola comunità cristiana, che ha però il privilegio di essere in uno dei luoghi più famosi di tutta la Terra: Betlemme. Il francescano è arabo, ma parla un italiano fluente ed è l’entusiasmo in persona.

Padre Amjad, qual è il volto della sua comunità cristiana?
La parrocchia latina (cioè dei cattolici romani, ndr) di Betlemme conta 5780 anime: numericamente è quindi assai modesta. Tuttavia i cristiani in questa città, come in tutto l’Oriente, sono frazionati in diverse confessioni: ci sono i greci ortodossi (la comunità più grande), i melkiti, gli armeni, i siriani e così via. Fino al 1948 Betlemme era interamente cristiana; poi, con il conflitto arabo-israeliano sono arrivati migliaia di musulmani, che ora sono in maggioranza. Sicché noi cristiani siamo la minoranza! Grazie a Dio dal 2000 (anno dello scoppio della seconda Intifada) a oggi il numero dei cattolici è rimasto inalterato. Una settantina di persone se ne sono andate, ma poi sono tornate. Certo la vita è dura… La costruzione del muro che divide Israele dai Territori palestinesi, la guerra in Libano e l’instabilità hanno fatto crollare i pellegrinaggi e il turismo, di fatto la grande risorsa di questa città. Conclusione: negozi e alberghi chiusi e la disoccupazione cresciuta fino a toccare circa il 45%.

Come avete reagito a questa situazione?
Grazie a Dio la Provvidenza non manca e abbiamo molti aiuti dall’Occidente. I progetti realizzati in questi anni hanno avuto due priorità: soccorrere i bisognosi in tempo reale e guardare al futuro.

Concretamente?
Abbiamo organizzato una rete per la distribuzione di beni di prima necessità alle famiglie bisognose: cibo, medicine, vestiti. È un modo semplice ed efficace per andare incontro a chi bussa alla porta e tende la mano. Ma insieme ci siamo chiesti: come dare speranza a questa gente? La risposta è stata: assicurando loro la possibilità di abitare a Betlemme. Così in questi ultimi anni sono stati costruiti una cinquantina di appartamenti (altri venti saranno ultimati a breve) per giovani coppie cristiane. Vogliamo così dire che a Betlemme è possibile vivere, lavorare, costruire un futuro.

Tornando alla vita parrocchiale, che cosa ci può raccontare?
La vita cristiana della comunità si regge sul cardine dell’anno liturgico, come dappertutto. La messa domenicale è un momento molto forte, soprattutto perché questa parrocchia è relativamente grande e nell’assemblea liturgica del giorno di festa si respira davvero un clima di grande gioia. Naturalmente la presenza di noi francescani ha segnato anche le proposte. In parrocchia c’è il Terz’Ordine francescano, la Legio Mariae, gli scout, l’Azione Cattolica, la pia unione delle Madri Cristiane, il Centro Famiglie Francescano. All’interno di questi gruppi cerchiamo di favorire la crescita spirituale e, insieme, sviluppiamo un’attività sociale e aggregativa. 

E la formazione dei giovani?
I cristiani di Betlemme mandano i loro figli solo presso scuole private, gestite dai molti ordini religiosi presenti in città. Noi francescani abbiamo un collegio, i salesiani, i fratelli de La Salle e molte suore hanno scuole di diverso ordine e grado, dalla scuola materna sino all’università. All’interno delle scuole (che, non dimentichiamo, sono frequentate anche da molti musulmani) si propone esplicitamente ai cristiani un percorso di fede. 

Padre Amjad, in Occidente l’Islam fa paura a molti. E voi che vivete gomito a gomito?
Difficoltà ci sono, sarebbe sciocco negarlo. E tuttavia cerchiamo sempre di guardare ciò che unisce e non ciò che divide. La nostra carità non ha frontiere confessionali e religiose e questa è una strada dove, quotidianamente, passa il Vangelo. Certo nessuno si converte, ma insieme tanta gente fa concreta esperienza di essere accolta, soccorsa, amata. E con questo cresce la stima per noi cristiani e il rispetto per quello che siamo.

Quindi è ottimista?
Certamente. Se il Signore ci ha chiamati a vivere qui e in questo tempo, ciò significa che v’è un progetto d’amore per noi e per tutti quelli che incontriamo. E perché tirarsi indietro di fronte alla chiamata di Dio?

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