Messicano, Vicario apostolico e Presidente della Conferenza episcopale turca, è morto di Covid a 68 anni alla fine del 2020. Frate minore, incarnava l’affabilità francescana e seguiiva gli insegnamenti di Angelo Roncalli, di cui abitava la casa sul Bosforo

di Mariagrazia ZAMBON

mons. Ruben foto ufficiale
Monsignor Rubén Tierrablanca González

La notte del 23 dicembre scorso, dopo una lunga lotta con il Covid 19 il Vescovo Ruben si è spento a Istanbul, all’età di 68 anni, lasciando un grande vuoto nella Chiesa di Turchia, dove era Vicario apostolico dal 2016 e Presidente della Conferenza episcopale dal 2018.

Monsignor Rubén Tierrablanca González era nato il 24 agosto 1952 a Cortazar, nel centro del Messico. Dopo aver frequentato il Seminario minore francescano ed essere entrato nell’Ordine dei frati minori, fu ordinato presbitero nel 1977. Da allora lo contraddistinse la sua naturale affabilità francescana, tanto che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, con cui aveva intessuto un bel rapporto di amicizia e di dialogo appassionato, lo presentava sempre come «il mio pastore francescano».

Del resto, dopo vari incarichi in Messico, in Italia e nel Texas, fu proprio padre Ruben a esprimere nel 2003 il desiderio di essere mandato a Istanbul per  promuovere l’incontro e il dialogo tra le Chiese cristiane, con l’Islam e con le diverse culture; da allora si prodigò in questo progetto dei francescani del quale fu artefice e protagonista. Votato al dialogo interreligioso, soprattutto con la corrente musulmana Sufi con la quale ebbe ottimi rapporti, fu un pastore sempre sereno e gentile e, grazie alla sua grande umiltà e generosità, riuscì a conquistarsi il cuore di tutti, di qualunque estrazione sociale, credo religioso o etnia.

Stupiva come riuscisse a trovare tempo per ascoltare chiunque bussasse alla sua porta: poteva essere una ragazza tra le centinaia di immigrate filippine, oppure uno dei profughi siriani scappato dagli orrori dell’Isis, un anziano levantino della Casa di Cura o un giovane che chiedeva il battesimo, un cristiano proveniente dall’Est della Turchia o un Sufi desideroso di confrontarsi sul Vangelo, una coppia in crisi o un politico che lo invitava a cena dopo il digiuno durante il mese di Ramadan. Per tutti aveva una parola gentile, un sorriso luminoso, una promessa di cercare di fare il possibile per trovare una soluzione concreta: nessuno se ne andava deluso o a mani vuote.

Dal 2003 si trovava sul Bosforo e da Vescovo abitò quella che fu la casa di monsignor Angelo Giuseppe Roncalli – futuro papa Giovanni XXIII – che proprio lì, dal 1934 al 1944, fu Amministratore apostolico: immediato viene il paragone con questo predecessore che amava e di cui cercava di seguirne gli insegnamenti. Come lui, della Turchia amava la varietà culturale, la sua storia, la sua religiosità antica. Come lui, fu desideroso di rilanciare la dimensione diocesana della Chiesa in Turchia, incrementandone la pastorale e responsabilizzandola sempre più a livello locale. Come lui, fu uomo del dialogo e del rispetto.

E così, pur dentro le difficoltà di carattere politico e sociale, monsignor Ruben, grazie alla stessa affinità di carattere, cercò di proseguire sulla strada “inventata” dal Santo Papa Buono proprio lungo le stesse strade della grande metropoli sospesa tra i due continenti: “la diplomazia della mitezza”, diventando un abile e paziente tessitore di legami più disparati, senza fare distinzioni tra poveri o diplomatici, turchi o stranieri, riuscendo così a farsi padre e fratello di tutti con la sua disarmante semplicità.

Che continuino ora insieme dal Cielo ad amare e a intercedere per questa nostra minuscola, ma variegata porzione di Chiesa, e per tutti gli uomini di buona volontà che abitano la Turchia.

 

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