Redazione

Molto apprezzato l’intervento «Quale bellezza salverà il mondo?» del padre gesuita, il quale ha ricordato il grande ruolo che può avere l’arte.

di Paolo Sartor

Tra le persone che hanno ricevuto maggiori attenzione dai partecipanti alle prime giornate del Congresso eucaristico nazionale di Bari vi è certamente padre Marco Ivan Rupnik. Il suo è ormai il nome di uno dei principali iconografi viventi, e Rupnik è ormai apprezzato come mosaicista a partire dall’esecuzione di tre delle quattro pareti della cappella Redemptoris Mater nel Palazzo Apostolico del Vaticano.

Nato nel 1954 a Zadlog (Slovenia), sacerdote gesuita dal 1985, padre Rupnik è direttore del Centro Aletti presso il Pontificio Istituto Orientale, docente alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Liturgico S. Anselmo, consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Al Congresso di Bari è stato molto apprezzato il suo intervento alla tavola rotonda su «Quale bellezza salverà il mondo?», nel pomeriggio di lunedì 23 maggio, con Raffaele Nigro della Rai e suor Gloria Riva del Monastero Adoratrici Perpetue di Monza.

Durante la conversazione Marco Ivan Rupnik ha sostenuto che l’arte aiuta a conoscere la verità, ad orientarci verso l’altro, coinvolgendolo nella comunione. «E’ questo il tempo della bontà e della misericordia. L’arte, come linguaggio autonomo, può aiutare attingendo alla memoria, farci sentire un organismo vivo, riaprire la comunicazione interrotta senza ricorrere agli accademisti, non deve allontanarsi dalla gente seguendo strade di soggettivismo estremo».

Criteri di questo tipo sono stati impiegati dall’artista in vari interventi recenti: ricordiamo il mosaico della Trasfigurazione eseguito nella chiesa parrocchiale dei SS. Giacomo e Giovanni in via Meda a Milano e la parete absidale della chiesa di San Pasquale a Bari, terminata di recente. In questo caso il soggetto è il Dies Domini, dal momento che l’opera è stata promossa in occasione del Congresso eucaristico nazionale dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci.

Abbiamo incontrato padre Rupnik in tuta di lavoro nel cantiere della chiesa barese, intento ad allestire il tabernacolo nella cappella a sinistra del presbiterio. Alcune sue collaboratrici stavano inserendo le ultime tessere di mosaico alla mensa posta ai piedi della figura di Cristo che attira gli sguardi di chi ammira la composizione.

«In questo mosaico – ci ha spiegato Rupnik –ho voluto attingere alla grande tradizione dove il giorno del Signore viene costituito dal mistero che si estende tra il triduo pasquale e la pentecoste. Nell’arco di questi cinquanta giorni si sintetizza tutta la teologia e la spiritualità del Dies Domini , prefigurato dall’Antico Testamento e realizzato in Cristo». Sviluppato in verticale, il mosaico cerca di rappresentare la comunione divina, con il Signore che dà la vita all’uomo tramite la discesa dei doni di salvezza che attraversa la tavola della Cena attorno a cui sono assisi gli apostoli.

Come sempre nelle opere di Rupnik, colpisce l’utilizzo di tessere di mosaico di varie dimensioni, pietra oro, ciottoli di fiume e altri elementi che permettono di situare il manufatto all’interno della corrente recente detta dell’«arte materica». Infatti «l’arte liturgica dev’essere caratterizzata – sostiene il gesuita – da una dimensione soggettiva, del tempo in cui si fa, del tempo in cui si costruisce, del tempo in cui si vive quando si realizza la chiesa, della cultura nella quale si costruisce, della comunità che la costruisce». Speriamo di poter avere presto Marco Ivan Rupnik a Milano, magari per una catechesi ispirata all’arte, cosa nella quale il suo apporto è magistrale.

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