Redazione

Al Congresso eucaristico è intervenuto anche padre Ioan Bota, prete greco-cattolico rumeno che ha parlato delle persecuzioni durante il regime comunista e ha ricordato il sacrificio dei sette Vescovi morti martiri.

«Ho avuto l’onore di essere stato imprigionato». Così padre Ioan Bota, prete greco-cattolico rumeno, ha raccontato le “persecuzioni” subite dalla sua Chiesa durante il regime comunista. Portando a Bari una testimonianza personale sugli anni in cui lui stesso è stato rinchiuso in carcere durante il regime di Ceaucescu , il prete ha ricordato che in Romania la Chiesa cattolica è passata dai due milioni dei fedeli ai 300 mila di oggi, e che più di duemila chiese sono state distrutte.

«Senza la forza di Dio e le preghiere di tutte le chiese non avremmo potuto resistere. Abbiamo sopportato tantissime sofferenze, ora vogliano tornare ad essere due milioni». A partire dalla “forza” trasmessa ancora oggi dai sette vescovi rumeni vittime delle persecuzioni comuniste: «Sono tutti morti martiri, nessuno è uscito vivo dal carcere, ma il loro sacrificio ha contribuito a dare forza alla chiesa greco-cattolica in Romania. Hanno dato la loro vita per fortificarla». I sette vescovi martiri «non hanno indietreggiato di un passo», ha sottolineato padre Bota: «Obbligati ad abbandonare la loro fede, hanno riposto che la loro vita era la loro fede, e che senza questa fede – insieme con il Papa di Roma – non potevano vivere».

Oggi, il “sogno” della chiesa di Romania è quello di arrivare alla «vera unità, nell’unica vera Chiesa di Dio». Rendendo concreto e tangibile, in questo modo, il grido «Unitate, unitate!», lanciato come un coro unanime dai 300 mila fedeli che hanno salutato Giovanni Paolo II, quando a Bucarest ha abbracciato Teoctist, nel suo viaggio apostolico del 1999 in Romania.

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