La spiritualità del gesuita scomparso la scorsa settimana in una breve selezione di suoi aforismi stimolanti e beneficamente “provocatori”

di monsignor Pier Giacomo GRAMPA
Vescovo emerito di Lugano

Silvano Fausti

La settimana scorsa è scomparso il gesuita Silvano Fausti, confessore del cardinale Carlo Maria Martini. Bresciano della Val Trompia, dopo aver concluso gli studi di filosofia e teologia con un dottorato sulla fenomenologia del linguaggio all’Università di Münster (Germania), lasciò presto l’insegnamento per dedicarsi allo studio e al servizio della Parola, anche perché venne allontanato come professore non gradito dall’Arcivescovo del tempo. «Sono indignato – ha scritto in proposito -. Capirò dopo che fu una grazia».

Il 2 febbraio 1978 inizia l’avventura di Villapizzone, in una comunità di Gesuiti inserita in una più ampia comunità di famiglie aperte ai problemi dell’emarginazione. Racconta della sua straordinaria esperienza in un libro-testimonianza, avvincente più di un romanzo e dal titolo intrigante: Sogni, allergie, benedizioni (San Paolo). Sogni di un nuovo Concilio o di una Chiesa meno clericale e meno occidentale, mentre le (non poche) allergie e le benedizioni ricevute e date dimostrano il suo grande amore per la libertà e per il futuro del Cristianesimo.

Per questo veloce ricordo mi sono chiesto se dovevo privilegiare le note biografiche, sferzanti come fiondate di vento, o i racconti di viaggio spesso rocamboleschi, con centinaia di presenze in terra di missione d’ogni continente, oppure ancora scegliere alcune schegge e aforismi che bene esprimono lo spirito, la spiritualità, il pensiero di padre Silvano. Ho privilegiato la terza scelta. Allora ecco una breve antologia di pensieri che provocano a pensare in modo nuovo, diverso e coraggioso.

«Non dimentichiamo: ciò che si dice e non si vive suona menzogna per chi ascolta e condanna per chi parla. Che il bel nome di Dio non continui a essere bestemmiato per colpa nostra (cfr Rm 2,24; Is, 52,5). Causa dell’ateismo è il dio che i credenti propongono, sia a parole che con i fatti. Grande responsabilità è non nominare Dio invano. Non dobbiamo farne l’attaccapanni di ideologie che giustificano i nostri deliri di potere».

«Sì! Oltre che precario “vivere è molto pericoloso”. È anzi “l’unica malattia mortale”».

«Ogni spiritualità è valida per chi gli va bene. Dio però non ne impone una: aiuta liberamente ciascuno a essere liberamente quello che è. Non ci ha creati con lo stampino. Vuole che ognuno sia se stesso e sappia essere fratello di ogni altro, proprio nella sua diversità. Anche la nostra spiritualità è aiutare ciascuno a capire e a fare ciò che è meglio per lui. Il nostro stile è un atteggiamento interiore di libertà che permette la convivenza di persone diverse e di forme diverse di convivenza. Unica spiritualità è condividere, come si può, la quotidianità di ciò che si è e si ha».

«I cuori non sono fratelli, se le tasche non sono sorelle».

«La realtà è così, tutta mischiata e sempre la metà, o anche meno di metà di qualcos’altro».

«Il primo impegno rimane però quello di fare il proprio lavoro con cura e competenza. Il miglior servizio che si possa fare agli altri è svolgere bene la propria professione con attenzione al bene comune».

«L’amore esige che si rispetti ognuno per quello che è. Tutti però siamo chiamati a rispettare l’altro e a crescere nella libertà e nella responsabilità. Questo è il fine di ogni educazione».

«Il mondo è un villaggio globale. Ciò che ho visto nelle cosiddette “terre di missione” è quanto, presto o tardi, faremo anche noi. Volenti o nolenti, la mancanza di preti ci costringerà a una Chiesa meno clericale e più di comunione, dove ognuno mette i suoi doni a servizio degli altri. Il Cristianesimo diventerà un popolo di fratelli, senza caste. Siamo tutti: “sacerdoti, re e profeti”».

«Un cappuccino del Tchad mi disse che, durante una persecuzione da parte dei musulmani, chi aveva conosciuto il Vangelo resisteva alle pressioni, chi invece aveva studiato il catechismo, passava all’Islam. Un’idea si può cambiarla con un’altra se è più redditizia. Chi conosce e ama una persona, non la cambia».

«Se non siamo in Dio, siamo semplicemente nel nulla: non siamo».

«I preti sono spesso dei deus ex machina, che scendono puliti dalla jeep e si mettono paramenti candidi per la Messa. Le suore invece sono immischiate nelle cose semplici che accomunano le donne di tutto il mondo: servire la vita. Senza di loro non so cosa sarebbe la Chiesa, in particolare in posti di povertà e di miseria».

«Chi ama la comunità, distrugge la comunità. Chi ama i fratelli, costruisce la comunità, direbbe Bonhöffer».

«Amare gli altri non significa averli in mano, ma mettersi nelle loro mani. Il cammino di Gesù è quello del Figlio dell’uomo che si consegna nelle mani degli uomini (cfr Mc 9,31)».

«L’amicizia è il dono più bello. Non lega, ma libera. Dà capacità di altre relazioni piene di affetto, rispetto e aiuto reciproco. È brutto quando l’amicizia è privatizzata e si chiude ad altri».

«È vero quanto dice Massimo: “Diventare amici della persona con cui si sta è più bello che stare con gli amici”».

E per concludere riporto almeno un sogno di padre Silvano Fausti:

«Sogno un papa che convochi un Concilio, non un terzo Vaticano, ma un secondo Gerosolimitano per de-religionizzare la Chiesa o

  • almeno de-clericalizzarla in senso cristiano o
  • almeno de-occidentalizzarla in senso cattolico o
  • almeno de-romanizzarla in senso evangelico o
  • almeno de-curializzarla in senso etimologicamente “apostolico” o
  • almeno per capire una cosa banale: “Il mondo è tutto ‘mondo’: bene o male è servire o dominare”».

Il resto, se ho smosso un poco la vostra curiosità, lo trovate nel libro.

 

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