All'Università Cattolica l'Arcivescovo ha introdotto la Giornata di studio promossa dall’ateneo e dalla Fom nel centenario della morte del cardinale Ferrari: «L'oratorio è qualcosa di promettente, ma anche reazione al contesto in cui siamo»

di Annamaria BRACCINI

La «profezia» dell'oratorio

L’oratorio come «profezia e promessa, ma anche come contestazione». È questo il ruolo, che pur tra tante sfide inedite dovute «a fatti ed evidenze macroscopiche», l’Arcivescovo sottolinea, aprendo i lavori della Giornata di studio dal titolo «Oratorio, una profezia che si rinnova». Un momento significativo di riflessione e approfondimento promosso dall’Arcidiocesi, dall’Università Cattolica e dalla Fom – presenti anche il presidente e Vicario episcopale di settore don Mario Antonelli e il direttore don Stefano Guidi -, nell’aula degli Atti Accademici dell’ateneo. Occasione, il centesimo anniversario della morte del cardinale Andrea Carlo Ferrari, che nel 1904 promulgò lo “Statuto per gli Oratorii Maschili della città di Milano”, punto di riferimento per l’organizzazione degli oratori dei primi decenni del Novecento. Non mancò il pensiero dell’Arcivescovo di allora anche per gli oratori femminili, da istituire in ogni parrocchia: a lui, in sostanza, si deve l’avvio della Fom.

L’intervento dell’Arcivescovo

«Bisogna studiare gli oratori perché molte cose sono mutate e l’esperienza del Covid ha realizzato un trauma che, come tutti i traumi, richiede un periodo di riabilitazione, imparando da quello che è successo. Questo trauma ha però, mi pare, soltanto enfatizzato un’evoluzione in corso da molto tempo, che ci obbliga a chiederci come gli oratori possono essere una profezia che si rinnova di fronte a fenomeni macroscopici», dice subito l’Arcivescovo.

Fenomeni come la diminuzione del clero: «Un tempo vi era la chiesa, la casa parrocchiale e l’oratorio dove abitava il coadiutore: questo è il modello immaginato al cardinale Ferrari, ma adesso i preti giovani sono pochi». Una diminuzione che vale anche per la popolazione giovanile: «Non ci sono più le masse tradizionali, sia perché i giovani sono pochi, sia perché si disperdono in molti altri luoghi, soprattutto nelle città, per cui gli oratori sono meno frequentati». Terzo fatto macroscopico, «il complicarsi delle esigenze e delle normative». Tutti motivi utili a rileggere la realtà oratoriana.

Ma cosa significa che l’oratorio sia profezia? Articolata la risposta dell’Arcivescovo. «Almeno nella sua forma ideale, la profezia dell’oratorio indica una promessa e una contestazione. È una profezia perché è qualcosa di promettente, ma anche provocazione perché reagisce al contesto in cui siamo».

Da qui l’individuazione di alcuni elementi di questa profezia, «caratterizzata dall’essere l’oratorio uno strumento educativo dell’intera comunità e non la proprietà privata del prete incaricato. La diminuzione del numero dei preti esige tale coinvolgimento complessivo che è elemento promettente. Un altro aspetto profetico è l’accesso di tutti i ragazzi del territorio a un oratorio che non è selettivo, non è un club, non impone rigore discriminatorio ed è, quindi, la profezia della Chiesa dalla Genti tradotta nel contesto giovanile».

Poi «la gratuità, che è una forma tipica della sollecitudine cristiana per l’educazione». Qui la contestazione è contro una società in cui si può avere tutto, basta avere i soldi per pagare».

Ancora, «l’oratorio che garantisce un accesso universale, ma che, nel gestire l’accoglienza, ha delle regole, non essendo uno spazio pubblico senza controllo». Proprio perché la proposta educativa «non è un accumulo di frammenti – lo sport, la musica, la preghiera -, ma ha il carattere di un progetto che unifica i diversi aspetti della vita di un ragazzo e che, quindi, si pone come una protesta contro la frammentazione che rende complessa, oggi, la vita dei giovani».

Infine, l’oratorio che propone di pregare, con un riferimento condiviso a Dio e alla dimensione spirituale: «Il tema della preghiera è una contestazione all’aria che tira che tende a ridurre la religione a qualcosa di privato. La presenza di ragazzi di altre religioni chiede attenzioni e rispetto, certamente, ma la preghiera in oratorio c’è perché è manifestazione condivisa della propria fede».

Il saluto di monsignor Giuliodori

Dopo l’Arcivescovo, per i saluti istituzionali ha preso la parola monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo: «Questa è una bella occasione che si collega alle celebrazione del Centenario della Cattolica, evidenziando il legame profondissimo con le radici. Non sempre diamo adeguato riconoscimento al cardinale Ferrari che ha ottenuto, con il suo impegno e una qualità formidabile, i primi riconoscimenti necessari all’Ateneo. Il documento del 1904 rappresenta qualcosa di propedeutico che, poi, trova il suo frutto maturo nell’Università. È un intreccio costitutivo che continua oggi in una fattiva e feconda collaborazione. Questo è il fondamento per continuare a supportare la profezia attraverso la consapevolezza delle sfide da affrontare con il discernimento, come si fa in un’università. Sfide legate alla rivoluzione digitale, alla mobilità, alle periferie, all’interreligiosità e interculturalità, al Sinodo stesso». Senza, naturalmente, dimenticare il tema fondamentale «della casa comune, a cui papa Francesco ci ha sollecitato e che è messo nelle mani dei giovani».

Insomma, un impegno sospeso tra analisi puntuale del passato, conoscenza storica, consapevolezza del presente, azioni concrete da porre in essere, formazione delle figure educative e sguardo sul domani. «Come Università Cattolica stiamo collaborando da tempo con la diocesi di Milano e la Fom per la formazione degli educatori nella direzione dell’invito di papa Francesco a costruire un patto educativo globale dove le persone che hanno una responsabilità educativa possono unirsi per garantire la formazione dei giovani. Sempre il Papa ha sottolineato che nell’educazione abita il seme della speranza. L’oratorio è un terreno in cui far crescere questo seme e gli educatori ne sono i custodi», ha specificato Simeone, preside della facoltà di Scienze della formazione in Università Cattolica.

Sulla «fruttuosa» e «consolidata» collaborazione tra Fom e Cattolica, in particolare con il Dipartimento di Pedagogia, da sempre attenti al «tema dell’educazione oratoriana», si è soffermata anche Simonetta Polenghi, direttrice dell’omonimo Dipartimento. «L’oratorio è un vero e proprio oggetto della storia dell’educazione perché è uno dei contesti in cui sono cresciute intere generazioni di italiani, soprattutto in terra lombarda». Anche se negli anni «la capacità attrattiva dell’oratorio si è indebolita, soprattutto in seguito ai processi di secolarizzazione della nostra società, il valore della sua proposta educativa rimane intatto, come testimonia la sua vitalità in molte comunità cristiane».

I dati

I dati Fom lo confermano: in Italia sono 8.245 gli oratori, di cui 2.307 in Lombardia (937 nella Diocesi di Milano e 157 nel capoluogo lombardo). Un oratorio su dieci in Italia, dunque, si trova nella Diocesi di Milano dove sono frequentati dall’80% dei ragazzi fra gli 8 e gli 11 anni. Complessivamente gli oratori ambrosiani accolgono, per le loro attività e percorsi, circa 250.000 minori, compresi preadolescenti e adolescenti (in Lombardia sono complessivamente 470.000 circa). Consistente anche la presenza di minori stranieri: in alcuni oratori della Diocesi di Milano raggiunge percentuali vicine al 40-50% sul totale dei frequentanti. Quanto al numero di educatori e volontari sono circa 95.000 quelli coinvolti nell’accompagnare i ragazzi, impegnati soprattutto nei percorsi di fede.

Insomma, una realtà articolata che richiede sostegno e collaborazione per affrontare le sfide di domani. Ne è convinto Pierpaolo Triani, docente di Pedagogia generale dell’Università Cattolica. «L’educazione è un fenomeno collaborativo che chiede il concorso di molti. Per affrontare le sfide educative attuali c’è bisogno di oratori vitali, capaci di elaborare nuove proposte. Nella giornata di studio è stato messo in luce il contributo degli oratori, ma anche la loro necessità di essere sostenuti da una chiara progettualità pedagogica e da una forte alleanza territoriale».

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