Dal pranzo dell’Epifania con il cardinale Scola è iniziato con i giovani stranieri un dialogo sulle opportunità e le fatiche del vivere

di Cristina CONTI

pranzo con Scola

Vivere in una società più unita e aperta all’altro. Anche se diverso. Questo il desiderio comune a tutti i ragazzi che hanno partecipato al pranzo con il cardinale Angelo Scola domenica scorsa in occasione dell’Epifania e della Festa dei popoli. Giovani stranieri, provenienti da Asia, America Centrale ed Europa dell’Est. Tra i 16 e i 25 anni, nati in Italia o nel Paese di origine, impegnati nel lavoro o nello studio, che affrontano la difficoltà di vivere lontano da casa e si confrontano ogni giorno con lingua e abitudini diverse: questo l’identikit dei ragazzi che si sono presentati al cardinale Scola, raccontando di sé, delle proprie famiglie, del Paese natale. E da qui è iniziato un dialogo spontaneo sulle opportunità e le fatiche del vivere a Milano da «nuovi italiani».

Come Patrizia, originaria del Togo e laureata in Scienze politiche, che ora frequenta il corso di laurea magistrale in Economia e Finanza internazionale all’Università degli studi, in via Conservatorio. «Il problema maggiore che uno straniero deve affrontare in Italia è il pregiudizio. Spesso siamo considerati inferiori nel lavoro, nello studio. Appena arrivati abbiamo bisogno di aiuto, certo, ma poi siamo in grado di camminare con le nostre gambe. Non vogliamo essere di peso a nessuno», spiega.

Studiare, imparare un mestiere, conoscere una cultura diversa e poi mettere le proprie competenze a servizio della società che li ha accolti. È quello che sogna anche Vittorio, universitario di origine cinese. «Il mio desiderio più grande è riuscire a fare bene il mio lavoro ed essere d’aiuto alle altre persone, senza distinzioni», commenta. Città multietnica, sede delle principali aziende e banche italiane, meta frenetica del turismo d’affari mordi e fuggi, Milano non è sempre una città accogliente per chi viene da fuori e vuole costruirsi un futuro stabile in Italia. E al di fuori delle comunità cristiane non è facile trovare disponibilità al servizio, attenzione al prossimo e rispetto per la sua dignità, apertura al dialogo con il diverso. «Sono tante le difficoltà che una persona straniera incontra qui ogni giorno. Soprattutto nei luoghi pubblici. Mi capita spesso di sentire critiche verso gli immigrati, quando sono sul tram o sull’autobus», racconta Vittorio. E i motivi sono i più svariati, dal modo di vestirsi, alle abitudini, ai comportamenti. «Sono tante, troppe, le persone che disapprovano gli altri solo perché non sono in grado di capirli», aggiunge.

Uomini e donne che con la crisi sono diventati ancora più chiusi in sé stessi e arroccati sui propri privilegi, tanto da vedere lo straniero come una minaccia. Situazioni che accomunano chi non è nato in Italia. «Molti ragazzi della mia età spesso non sono accettati solo perché stranieri. Quando si esce tutti insieme non vengono invitati, alle feste sono ospiti indesiderati. Rimangono esclusi e nessuno vuole essere loro amico. Vivono in solitudine. A me per fortuna non capita, perché sono nata qui», aggiunge Carla, figlia di genitori filippini, che frequenta l’ultimo anno del liceo scientifico.

Ma essere cristiano fa la differenza. «Dipende tutto dal cuore. Molti fanno fatica a capire che anche noi siamo esseri umani con diritti e dignità. Quando mi trovo di fronte a situazioni di questo tipo, cerco di mettere in pratica i precetti cristiani. Provo, io per prima, a essere tollerante e mi armo di tantissima pazienza», precisa Patrizia.

E la fede aiuta ad affrontare anche i momenti più difficili. «Nella vita ci sono sempre persone buone, pronte a riconoscere il bene che c’è in ogni individuo, indipendentemente dal colore della pelle o della lingua che parla. Forse sono più portato a vedere le cose in questo modo perché faccio studi umanistici. Ma penso che tutti dovrebbero guardare alle caratteristiche positive che ogni persona ha: solo così è possibile essere più aperti agli altri», suggerisce Vittorio. È la comunità parrocchiale, inoltre, il posto in cui gli stranieri si sentono più a loro agio. «Le persone che ho avuto modo di incontrare frequentando la parrocchia sono state tutte molto amichevoli. Non solo pronte a darmi una mano, ma anche a trattarmi sempre come uno di loro», conclude Vittorio.

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