A Villa Cagnola i giovani preti dell’ultimo decennio di ordinazione hanno incontrato l’Arcivescovo e dialogato con lui sulla base della sua Istruzione “Non c’è paternità senza figliolanza”, l’elemento «che ci fa stare nell’azione ogni giorno».

di Claudio MAZZA

Scola_Ismi

Arrivano alla spicciolata, a Villa Cagnola di Gazzada, i giovani preti dell’ultimo decennio di ordinazione sacerdotale, per la giornata insieme al cardinale Angelo Scola. A organizzarla ci ha pensato l’Ismi (l’Istituto sacerdotale Maria Immacolata, che comprende i 93 ordinati tra il 2009 e il 2013) e i responsabili del secondo quinquennio (gli ordinati dal 2005 al 2008). Sono i preti ai primi anni di cammino sacerdotale, che si ritrovano periodicamente in un momento delicato della loro vita pastorale, perché hanno bisogno – sono loro stessi a richiederlo – di essere accompagnati, ascoltati e seguiti. «Questo dice la grande attenzione del nostro Arcivescovo per i giovani preti. Un momento promettente, ma allo stesso tempo impegnativo, che li vede agire nel vasto campo che è il mondo, in cui ci sono vie da percorrere per incontrare ogni esperienza umana, pronti ad accogliere, educare e confermare nella capacità di accoglienza e ascolto», dice monsignor Luigi Stucchi, vicario episcopale per la Formazione permanente del clero, introducendo l’Istruzione dell’Arcivescovo, come l’ha definita lo stesso Cardinale.

Il tema è “Non c’è paternità senza figliolanza”. Ma prima di introdurlo Scola fa una premessa. Anzitutto pone la giornata sotto l’egida della preghiera che Sant’Anselmo faceva precedere a ogni suo momento di riflessione: «Ti prego, Signore, fa’ che io gusti attraverso l’amore quello che gusto attraverso laconoscenza. Fammi sentire attraverso l’affetto ciò che sento attraverso l’intelletto. Tutto ciò che è tuo per condizione, fa’ che sia tuo per amore. Attirami tutto al tuo amore. Fai tu, o Cristo, quello che il mio cuore non può. Tu che mi fai chiedere, concedi». Di qui una prima considerazione dell’Arcivescovo: «Non c’è conoscenza edificante proficua se non è conoscenza commossa, in cui ognuno si senta coinvolto con la totalità del proprio io». Questo lo si può percepire con chiarezza, ma nel contempo anche perdere. E per non perderlo, suggerisce Scola, occorre riflettere su due atteggiamenti.

Il primo lo mutua da uno scrittore e poeta inglese, Evelyn Vaugh: «Nessuno è disposto a imparare quello che crede di già sapere». E lo cita per mettere in guardia i giovani presbiteri dal preconcetto «io so già», e cioè,: «Ora che sono immesso nella pastorale vedo le cose con i miei occhi, so da me di cosa si tratta». Questo è un primo atteggiamento da scartare, suggerisce l’ Arcivescovo. Il secondo parte dalla convinzione che «non basta la curiosità per imparare, anzi, il perché deve trovare sempre una risposta», per cui è necessario un ascolto, che l’Arcivescovo, definisce di «fecondazione», in quanto «ciascuno deve lasciarsi fecondare da ciò che l’altro dice». I tre elementi – la preghiera di Sant’Anselmo, la locuzione di Vaugh e l’ascolto fecondo – sono per l’Arcivescovo atteggiamenti «costitutivi della vocazione al ministero ordinato e perciò della missione» che ciascun presbitero è chiamato a svolgere nel “campo” destinatogli.

L’Istruzione si sviluppa poi in due punti nodali. Il primo puntualizza che «la relazione ci precede sempre». L’Arcivescovo cita da Leopardi (Canto notturno di un pastore errante nell’Asia) il verso «Ed io chi sono?» e aggiunge: «Oggi, più che nel passato, l’uomo deve scegliere chi vuol essere». Sottolinea due dati oggettivi: «Nessuno può autogenerarsi, né autocompiersi: c’è nel cuore di ogni uomo un desiderio di infinito, di riuscita, di santità, ma nessun uomo lo può realizzare». Non mi genero e non mi compio sta a significare che «io sono in relazione». Un tema questo che torna continuamente anche nella Lettera pastorale di quest’anno. Ma cosa vuol dire essere in relazione, si domanda l’Arcivescovo. E risponde citando una poesia – Pietre di luce – di Karol Wojtyla: «Quanto tempo è passato prima che riuscissi a capire che tu, o Dio, non vuoi che sia padre se al tempo stesso non sono figlio?».

Siamo nel cuore dell’intervento del Cardinale. «Accogliere in sé l’irraggiamento della paternità non significa solo diventare padre come tutti noi siamo chiamati a essere; significa diventare figlio, significa ancor più diventare bambino». Ma con un attenzione particolare: «Non divento padre perché sono stato figlio, ma lo divento perché “sono” figlio: questa è la relazione costitutiva di ogni uomo; è il luogo dell’esperienza comune di cosa sia l’essere in relazione». Ma come si può situare tale paternità e figliolanza all’interno della vocazione presbiterale? Anzitutto – risponde l’Arcivescovo – in quella categoria che dice «la vita stessa è vocazione» e chi non percepisce questo «faticherà a perseguire il suo stato di vita, al d là della buona volontà che immette nelle singole azioni». Dunque, sostiene l’Arcivescovo, la vocazione, qualunque vocazione, non è altro che la sequela di Cristo, dal quale emerge come l’essere figlio sia la dimensione permanente dell’umana esistenza. È tale paternità e figliolanza vissuta in Cristo «che ci fa stare nell’azione ogni giorno».

Queste riflessioni introducono il secondo punto: come collocare la vocazione presbiterale all’interno della “vita come vocazione”? Citando Atti 10,2-4, l’Arcivescovo parla della vocazione come chiamata dentro la Chiesa finalizzata alla missione e delle relazioni costitutive di questa missione. Ne individua tre: inviati da… («anzitutto dal Vescovo: è con lui che c’è la prima relazione di comunione, ed è da lui che si viene presi a servizio per conto di un Altro»), inviati con… («qui si situa la comunione con il presbiterio, che dev’essere l’orizzonte dell’agire individuale, ma anche criterio per l’organizzazione materiale della giornata»), inviati per… («e il grande tema del popolo di Dio, che non possiamo non collocare all’interno di quel paragrafo della Lettera pastorale dove si parla del cattolicesimo popolare ambrosiano, dei suoi elementi di luce e di ombre, e di come farlo evolvere»). A questi tre mandati contrastano tre “nemici” che sono rispettivamente «l’individualismo, il tradimento della comunione, il clericalismo che si manifesta in autoritarismo nell’esercizio del servizio».

Avviandosi alla conclusione l’Arcivescovo richiama nuovamente il tema della paternità e della figliolanza, quale condizione per un cammino di santità e indica la strada per l’esercizio della missione del presbitero: « Educare è generare, e così il figlio restando figlio diventa padre». Alla relazione è poi seguito un ampio e animato dialogo tra l’Arcivescovo e i suoi giovani preti, proprio nello spirito di paternità e figliolanza che ha caratterizzato l’intera giornata.

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