Il Pontificale solenne di Natale è stato presieduto, in Duomo, dall’Arcivescovo che ha indicato un nuovo modo di vivere «che non aspetta che sia finita l’epidemia per condividere la speranza, la stima vicendevole, la solidarietà concreta per chi è nel bisogno»

di Annamaria BRACCINI

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Il Natale, la nascita per eccellenza, che deve essere la nostra rinascita. Solo in questo modo è Natale, anche quest’anno, quando molti – troppi – pensano che non lo sia.
L’Arcivescovo presiede in Cattedrale il Pontificale solenne del 25 dicembre e il suo, in chiaro riferimento al sentimento oggi ampiamente diffuso, è un richiamo a vivere il Natale del Signore oltre i luoghi comuni e la dolorosa situazione presente. Nascendo, appunto a vita nuova e non facendo memoria di un «fatto del passato».
Concelebrata dal Capitolo metropolitano, la Messa (tradotta in simultanea anche nel Linguaggio dei segni della lingua italiana, LIS per gli ipoudenti) si apre con il tradizionale canto dell’Adeste Fideles, i Dodici Kyrie peculiari della Liturgia ambrosiana nelle Solennità, e il Venite Adoremus. Ai piedi dell’altare maggiore, su cui – dall’alto – veglia la grande stella luminosa che diffonde la sua luce, c’è la statuetta del Bambinello, posta nella notte.
Il clima è, insomma, quello di sempre (naturalmente nel rispetto delle doverose regole riguardanti il numero dei fedeli e il distanziamento), anche se – come nota, in apertura della sua omelia, il vescovo Mario – tanti dicono che “quest’anno non sarà Natale”.
Lo dicono, infatti, i nonni che non possono abbracciare i nipoti; i malati isolati in casa e, magari, stremati dal virus; la famiglia ridotta in povertà che va «a ritirare il pacco viveri» e pensa «mi vergogno, ma devo tirare avanti, io che ho sempre guadagnato onestamente il mio pane, adesso non posso assicurare neppure il necessario per i miei cari». Lo dice chi i cari li ha persi e chi ha perso il lavoro e non «riesce a immaginare come ritrovarlo nei prossimi mesi», per cui «l’inquietudine, la frustrazione, l’ossessione delle preoccupazioni occupano giorno e notte».
Eppure, «mentre si è deciso che tutto sia sospeso, rimandato, circondato di incertezza e di apprensione, e si è fatto di tutto per ingombrare la mente e le parole di ogni minuzia e di ogni apprensione, una moltitudine dell’esercito celeste è apparsa per lodare Dio e per far sapere a tutti che, quest’anno, Natale sia oggi, il 25 dicembre. Ci sentiamo – io e, vorrei, anche voi -, incaricati di questo». Un annuncio da portare, non con la retorica natalizia della ripetizione di un fatto storico, cioè la nascita di Gesù a Betlemme di Giudea, dell’“oggi è nato Gesù” – «forse un artificio per creare emozioni e suscitare buoni sentimenti, un’occasione per raccontare una bella storia che fornisce materiale per infinite storie» -, ma con la consapevolezza che, proprio perché «in quella notte è nato Gesù, oggi possiamo rinascere».
«Poiché in quella notte è nato il Salvatore, la gloria del Signore avvolge di luce la vita e, ora, è offerta la salvezza. Poiché in un giorno qualsiasi il Figlio di Dio si è fatto bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, in ogni giorno qualsiasi, ogni uomo, ogni donna amati dal Signore possono accogliere la grazia di essere figli e figlie di Dio», scandisce il vescovo Mario.
Da qui, il messaggio di sicura fiducia e di speranza. «Forse ci sarà chi si ostinerà a ripetere le antiche abitudini. Misureranno il Natale per dirci quanta gente è andata a Messa, quanti hanno viaggiato in treno, quanti hanno fatto la coda per un piatto di minestra, quanti sono morti, quanti soldi sono stati spesi e quanti sono andati persi. Confronteranno i numeri con quelli dell’anno scorso per dare la misura della tragedia. Contribuiranno a diffondere tristezza e paura. Ma noi, moltitudine dell’esercito celeste dovremo pur deciderci ad apparire dove siamo mandati per lodare Dio e annunciare la gloria di Dio».
Una responsabilità e una grazia per «diventare angeli, cioè messaggeri di un’umanità rinnovata che impara a conoscere Dio» e per fare di tale rinascita dell’umanità, una vocazione alla fraternità: «Fratelli tutti, secondo la parola di papa Francesco»
«Un modo di vivere, questo, di pensare, di usare delle risorse – conclude l’Arcivescovo – che non aspetta che sia finita l’epidemia per condividere la speranza, la stima vicendevole, la solidarietà concreta che soccorre chi è nel bisogno. Annunciamo la gloria di Dio: noi rinasciamo e diventiamo angeli di Dio per annunciare a tutti la vocazione alla fraternità; rinasciamo quest’oggi perché oggi è Natale».
E, prima della benedizione papale con l’indulgenza plenaria – impartita dall’Arcivescovo per facoltà ottenuta da sua santità papa Francesco – l’augurio di un felice Natale e il ringraziamento anche agli operatori della comunicazione sociale, alla televisione e a coloro che hanno permesso di seguire la Celebrazione attraverso il Linguaggio dei segni.
«Siate tutti partecipi di quella moltitudine celeste che porta l’annuncio in ogni casa e in ogni incontro. Oggi celebriamo il Mistero dell’Incarnazione, ma sappiamo che tutti i giorni vogliamo celebrare la grazia di rinascere come creature nuove».

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