Nel messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale dell'1 gennaio i richiami ai discorsi del viaggio in Giappone e all’immoralità del possesso delle armi nucleari

di Marco RONCALLI

papa

L’invito è a finire il 2019 e cominciare il 2020 riflettendo sulla pace. Una consuetudine che, scandita dal calendario, si ripete da oltre mezzo secolo. Da quell’1 gennaio 1968 in cui la Giornata mondiale per la pace venne proposta a tutto il mondo da Paolo VI, per ogni Capodanno, e già dodici mesi dopo, fu accompagnata da una Marcia per la pace (la prima partita da Sotto il Monte, il paese natale di Giovanni XXIII: il Papa della Pacem in terris).

Per non pochi giovani si tratta di un appuntamento irrinunciabile, nel suo valore simbolico e concreto, di monito e denuncia. Che torna in un momento in cui non pochi però si sentono davvero interpellati dalle parole di papa Francesco nel recente viaggio in Giappone: ad esempio sull’immoralità dello stesso possesso di armi nucleari. Bombe che, a dirla tutta allora, in qualche decina e in seguito a vecchi accordi, sarebbero ancora stoccate anche a Ghedi come ad Aviano per restare solo in casa nostra (il condizionale è d’obbligo trattandosi di dati non ufficiali e coperti da segreto militare).

Se ne parla fra quanti si apprestano a vivere appunto la nuova Giornata mondiale per la pace, la 53ª, preceduta dalla Marcia che quest’anno si svolge a Cagliari.

E se ne parla fra quanti non hanno perso una parola del testo papale per la Giornata che si sta per celebrare: “La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica”, messaggio dove non a caso si richiamano i due discorsi del 24 novembre scorso – quello sulle armi nucleari all’Atomic Bomb Hypocenter di Nagasaki, e quello sulla pace al Memorial Peace di Hiroshima.

«La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso “può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri”», si legge in apertura del Messaggio con citazione dalla Spe salvi di Benedetto XVI. E – spiega il testo – «in questo modo, la speranza è la virtù che […] ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili». E ancora: «La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà».

Poi la constatazione – indicata nel viaggio in Giappone – di un mondo che vive la paradossale e perversa dicotomia di voler garantire la stabilità sulla base di una falsa sicurezza supportata da mentalità di paura, che invece aumenta la fragilità dei rapporti e i rischi di violenza. «In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria. Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare […], dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato», prosegue il Messaggio. Che poi descrive la pace come cammino di ascolto basato sulla memoria, la solidarietà e la fraternità, richiamando le testimonianze dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki; quindi come cammino da fare insieme nella ricerca del bene comune, dell’ascolto reciproco, della giustizia.

Ma la pace, ricorda il Papa lasciandosi guidare dalla Parola è specialmente cammino di riconciliazione nella comunione fraterna, rinuncia alla vendetta, scuola di perdono. Ed è anche – e qui il richiamo è a Laudato si’ e al Sinodo sull’Amazzonia – cammino di conversione ecologica: altra forma di riconciliazione, ascolto, contemplazione del Creato donato da Dio per essere la casa comune dell’intera famiglia umana chiamata a condividerne le risorse con rispetto, a custodirne la bellezza. Anche qui con fiducia e speranza. Perché «non si ottiene la pace se non la si spera». Quell’itinerario di speranza iniziato la notte di Natale.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi