Domenica 1 aprile, solennità “delle Palme”, il cardinale Angelo Scola, ha guidato la tradizionale processione con gli ulivi dalla chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto verso il Duomo. Ad animare la processione sono stati i fedeli delle Comunità latinoamericane. Dopo la processione, l’Arcivescovo ha presieduto in Cattedrale la Messa solenne

di Annamaria BRACCINI

Domenica delle Palme

Fuori dal Duomo, anzi di fronte alla sua parte forse più bella e antica, l’abside, parte la lunga processione con le palme e gli ulivi, ma già da più di un’ora molte centinaia di latino-americani cantano e pregano, qualcuno anche scandendo – a suo modo: «Angelino, Angelino!» – il nome del Cardinale.

Gente di tutte le età, moltissimi i bambini, invitati quest’anno a vivere la celebrazione della Domenica delle Palme nel cuore della Chiesa di Milano, con l’Arcivescovo, il Capitolo metropolitano, i sacerdoti e migliaia di fedeli ambrosiani, quali loro, per altro, si sentono e sono a tutti gli effetti. Anche perché tanti, specie peruviani, sono appartenenti alla Confraternita Hermandad del Señor de los Milagros, che è stata la prima straniera, nel 2008, e unica riconosciuta in Diocesi.

E così le antiche e storiche insegne degli Ordini cavallereschi, della Confraternita del SS. Sacramento, degli abiti liturgici dei Canonici, si confondono con i multicolori abiti e veli dei Latinos, in un unico sventolio dei simboli di pace in questa domenica. Arriva il cardinale Scola e dalla chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto, alle spalle, appunto, della Cattedrale si avvia la processione, con decine di concelebranti, che arriva sul sagrato e entra seguita da un fiume di fedeli, in Duomo.

I dodici Kyrie aprono solennemente la celebrazione, il Vangelo dell’ingresso del Signore in Gerusalemme da il senso pieno della domenica con cui inizia la “settimana autentica”, «settimana eminente», come la definisce l’Arcivescovo, invitando tutti a viverla con fede. Nella libertà che ci affidato il Padre e con la responsabilità che da tale dono deriva. «Un Padre che ama la libertà dei figli a tal punto da non sopraffarla mai, senza mai cessare di pro-vocarla con la forza della verità. Essa ci scuote dalla “gaia rassegnazione” in cui spesso, quasi senza accorgercene, scivoliamo, incapaci o semplicemente stanchi di cercare il senso pieno della nostra esistenza, di cui, pure, avvertiamo il bisogno». Così come Cristo ha vissuto l’obbedienza al disegno del Padre con mansuetudine, «questa deve essere anche la nostra, di noi che portiamo il Suo nome: cristiani».

Da qui l’invito che si fa auspicio per la Settimana di Passione, morte, risurrezione del Signore «prostriamoci nell’umile riconoscimento dei nostri peccati nel sacramento della Confessione, donando qualcosa di noi stessi e dei nostri beni a chi è nel bisogno materiale e spirituale, facendo mediante la partecipazione alla liturgia, intenso spazio al Crocifisso glorioso nelle nostre giornate, conformarci non a questo mondo ma al pensiero di Cristo. In una parola, invocando quel profondo cambiamento che abbiamo inseguito lungo tutta la Quaresima: la nostra conversione»

Una “vita buona” da perseguire con forza, anche nelle difficoltà di ogni giorno, ben compresa da chi ha ascoltato l’intensa omelia del Cardinale e che, nel contesto del Pontificale solenne, ha vissuto il proprio «Osanna» con gli ulivi e le palme tra le mani. Segni “vivi” che, in conclusione, sono parsi essere quasi una presenza concreta dell’ingresso a Gerusalemme del Salvatore, venuto non per vincere “con la spada”, ma con la croce gloriosa del supplizio più sconvolgente e della risurrezione più gloriosa: duemila anni fa come oggi da tanti non compresa.

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