La parrocchia di San Carlo alla Ca’ Granda sotto pressione dopo la chiusura dell’oratorio per episodi di piccolo spaccio e lo sgombero di due famiglie abusive dalle case popolari: parla il parroco don Leone Nuzzolese

di Luisa BOVE

San Carlo alla Ca' Granda

La piazza davanti alla chiesa ora è deserta. «È un clima irreale e non si capisce quanto il problema sia stato risolto», dice don Leone Nuzzolese, parroco da sette anni a San Carlo alla Ca’ Granda. Nei giorni scorsi nel quartiere la polizia ha sfrattato due famiglie abusive che abitavano nelle case popolari e c’è chi durante lo sgombero ha inveito contro il sacerdote, ritenendolo responsabile. «Ma non sono state le mie esternazioni a fare scattare questi provvedimenti, perché erano già decisi e programmati – assicura il sacerdote -. Forse serviva qualcuno che desse a questa iniziativa maggiore forza, almeno dal punto di vista comunicativo».

Quello di Niguarda non è un quartiere facile. Eppure il territorio della parrocchia sembra «un enclave – spiega don Nuzzolese -. È un corridoio stretto a ridosso della ferrovia che lo rende marginale rispetto al resto». La popolazione è suddivisa in due categorie di persone «disomogenee»: chi vive nelle case popolari (sorte con il famoso piano Fanfani del ’54) e chi nelle Torri o in viale Suzzani, tutte abitazioni di edilizia privata. Gli abitanti sono solo 3.300, di cui almeno 400 stranieri, soprattutto nordafricani e latinoamericani, che non creano alcuna difficoltà. «Il vero problema è che il contesto è così ristretto che anche i più piccoli episodi diventano enormi». Forse è stato così anche per i due sfratti.

Ma il motivo per cui la parrocchia «è stata presa d’assedio dai giornali» è un’altra. Il parroco, infatti, ha chiuso l’oratorio dopo episodi di piccolo spaccio e altro, «facendo arrabbiare chi si è visto spostare o disturbare nei propri affari e io mi sono preso insulti pesanti». Don Nuzzolese però non ha dubbi: «Chiudere l’oratorio è stata una decisione responsabile e una garanzia», e non solo per «le intimidazioni e minacce ricevute durante un litigio e quindi difficili da valutare». Il problema «serio» è un altro: «Se chi commette azioni illecite viene da fuori il problema è più circoscritto e un quartiere tiene a distanza i responsabili. Ma se chi le commette vive nel quartiere con i propri figli, crea una situazione di grande ambiguità e rischio perché costituisce un polo. E questo è estremamente pericoloso. Se poi lo fa a ridosso dell’oratorio, è ancora peggio. E io non posso non chiudere, perché altrimenti, paradossalmente, offro una sponda».

C’è da dire che «la decisione di chiudere è stata progressiva e non totale, perché sono state sospese le attività ricreative, ma si è mantenuta la catechesi per concludere il cammino di iniziazione cristiana, mentre con il gruppo delle medie siamo arrivati fino all’inizio di giugno». Gli spazi sono stati chiusi già nel marzo scorso, «ma ora l’azione è più clamorosa perché non c’è l’oratorio estivo», dice don Nuzzolese. I suoi ragazzi sono al massimo una quarantina, perché San Carlo è una parrocchia piccola, «mentre a soli 200-300 metri abbiamo due “colossi”, San Dionigi e San Paolo». In questo momento, ammette il sacerdote, «riconosco di essere un elemento di divisione, anche se trovo chi mi dice: “Meno male che l’hai fatto, che hai dato voce a decisioni che erano già in cartello”».

Come già precedente a questi fatti era l’avvicendamento del parroco. A settembre, infatti, arriveranno 4 preti della Fraternità di San Carlo. «Lodo la loro generosità perché nonostante tutto hanno deciso di accettare: sono straordinari. Onore al merito – dice don Nuzzolese -. Hanno dato una bella testimonianza prendendosi una situazione scomoda, che andrà monitorata. Però non avrebbe senso a settembre riaprire semplicemente un cancello: occorre fare un progetto, reperire risorse, ristabilire collegamenti. Ma il fatto di essere 4 preti che vivono insieme in una Fraternità sacerdotale, uno dei quali impegnato in parrocchia, dà respiro e sostegno». Intanto certi tipi «si sono tolti dalla piazza, si sono ritirati. È già un passo avanti perché non basta abitare in quartiere per sentirsi padroni di fare tutto ciò che si vuole».

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