Non dobbiamo confondere la Tradizione (vita della Chiesa) con il tradizionalismo

di Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

lettera pastorale

«Nessuno può credere da solo, nessuno può vivere da solo». Il n. 7 della lettera dell’Arcivescovo comincia con questa frase lapidaria. Poi continua: «La fede è sempre dono del Signore che bussa alla porta di ciascuna persona e di ogni generazione con la voce, con il volto, con la storia di altre persone e di altre generazioni».

La maggior parte di noi ha ricevuto la fede dalla generazione che è venuta prima, l’ha come respirata dai primi istanti di vita. Un ambiente che diviene familiare, persone care, gesti e parole che si ripetono, buone abitudini, eventi importanti, feste e ricorrenze a cui ci si affeziona: tutto questo interviene a costituire l’esperienza della fede che si sviluppa quasi naturalmente nel corso degli anni. Chiamiamo tutto questo: Tradizione. Il termine è di tutto rispetto, direi anzi che è nobile, se inteso nel senso che gli attribuisce il Concilio Vaticano II. La Dei Verbum, cioè la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione, definisce infatti così la Tradizione: essa è la vita stessa della Chiesa nella storia, «tutto ciò che la Chiesa è e tutto ciò che essa crede». Pensiamo alla preghiera della Chiesa, alla sua liturgia, alla testimonianza dei suoi santi, all’impegno di carità verso tutti i bisognosi, alla fraternità coltivata nel nome del Signore, alla catechesi, alla riflessione teologica, agli insegnamenti del magistero: questa realtà variegata che si identifica di fatto con un vissuto quotidiano a noi caro è, appunto, la Tradizione.

Non dobbiamo confondere la Tradizione con il tradizionalismo: la prima cresce, il secondo è fermo; la prima è viva, il secondo è spento; la prima guarda avanti, il secondo guarda indietro. La Tradizione è l’opera mediante la quale la Chiesa consegna di generazione in generazione il suo patrimonio di fede, arricchito del contributo che ciascuna di loro offre. Il concetto di Tradizione include infatti quello di progresso, di modo che per sua natura essa cresce e si sviluppa.

È consolante pensare che prima di noi milioni e milioni di persone hanno creduto come noi oggi stiamo credendo e che l’hanno fatto nei vari secoli della storia, dunque in epoche diverse: pensiamo ai cristiani vissuti nell’Impero romano, nel Medio Evo, nel Rinascimento, al tempo della rivoluzione industriale. Noi siamo gli ultimi della serie, ma non gli ultimi in assoluto. Altri continueranno dopo di noi a leggere i Vangeli, a celebrare l’Eucaristia, a vivere la fraternità della Chiesa, a servire i poveri nel nome del Signore, a meditare sulle verità della fede. Ogni generazione continuerà a fare tutto questo in dialogo con la cultura del suo tempo e così il patrimonio della Tradizione si arricchirà. Si potranno scrivere pagine nuove della storia della Chiesa. Si potrà comprendere meglio che cosa la Chiesa è e che cosa la Chiesa crede.

da Avvenire, 16/03/2013

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