Tante iniziative per favorire l’inserimento di chi vive ai margini della società. Un modo per essere missionari non solo in terre lontane, ma anche nelle nostre città

di Cristina CONTI

Comunità pastorali

Attenzione all’altro e condivisione. Si può essere missionari non solo in terre lontane, ma anche nelle nostre città. Sono tante le iniziative che si moltiplicano nelle parrocchie per favorire l’integrazione degli immigrati e di chi vive ai margini della società.

Come in quella di S. Arialdo a Baranzate. Qui la scorsa settimana i detenuti del carcere hanno dato la loro disponibilità per preparare il pranzo agli anziani della parrocchia. «Si sono ritrovati al sabato per preparare e alla domenica c’è stato un momento di festa comunitario», racconta il parroco don Paolo Steffano. Nella casa di accoglienza parrocchiale, che solitamente ospita i parenti dei ricoverati all’Ospedale Sacco, viene invece dato alloggio ai carcerati in permesso premio che abitano lontano da casa. «Chi si trova in questa condizione non ha la possibilità di lasciare il Comune in cui si trova il carcere e allo stesso tempo ha difficoltà a trovare un alloggio», precisa don Steffano. Occasioni di confronto, che aiutano il reinserimento di chi ha sbagliato e che fanno crescere tutta la comunità. «Ci sono poi momenti di incontro e di confronto con i ragazzi. E lo scorso anno anche una partita di calcio tra i ragazzi dell’oratorio e i detenuti», aggiunge.

Non mancano inoltre le attività dedicate agli stranieri. A partire dalla scuola di italiano e dal doposcuola. «Ai ragazzi viene dato un vero e proprio accompagnamento scolastico e relazionale. Il progetto si chiama “Braccio di ferro” e coinvolge elementari, medie e superiori», spiega don Steffano. Laboratori e momenti di socializzazione si alternano allo studio vero e proprio. Mentre per i ragazzi delle superiori c’è l’iniziativa «Lascia o raddoppia», finanziata da una Fondazione. E poi i laboratori realizzati dalle mamme, attraverso l’associazione «La rotonda». «L’ultima loro iniziativa è la scuola di arabo. È tenuta da mamme maghrebine che vogliono che i loro figli continuino a parlare la lingua natia», aggiunge. Anche durante la liturgia ci sono momenti dedicati a chi proviene da paesi lontani. La prima lettura della Messa è sempre in lingua straniera, in albanese, cingalese o spagnolo, mentre le lingue si alternano nelle preghiere dei fedeli. «Abbiamo un gruppo di lettori, di cui fanno parte anche gli immigrati, che si autogestisce e si organizza autonomamente», precisa don Staffano.

Molte esperienze significative ci sono anche a Opera, nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo. «Un membro del nostro Consiglio Pastorale appartiene alla comunità Copta d’Egitto: è davvero una bella esperienza, perché permette di avere uno sguardo diverso sulla nostra realtà e un punto di vista sensibile alle esigenze di coloro che sono di nazionalità diversa», commenta il parroco monsignor Olinto Ballarini. Qui sono due le comunità più numerose, quella equadoregna e quella coreana. E per entrambe ci sono messe celebrate nelle rispettive lingue. Un ruolo importante è anche quello dei centri d’ascolto, che intercettano i bisogni di tutti. «Chi ha difficoltà economiche può contare poi su un intenso lavoro di riciclo di indumenti e oggetti usati. Una settimana fa, per esempio, abbiamo aiutato due giovani sposi albanesi a metter su casa», aggiunge.

C’è anche chi porta in parrocchia la propria esperienza di fidei donum, come don Claudio Scaltritti, parroco della chiesa della Madonna di Fatima di Milano, che è stato in Zambia per dieci anni. «Qui cerchiamo di dare uno spirito missionario un po’ a tutte le iniziative parrocchiali: dalla catechesi, ai servizi di carità, agli eventi culturali. Ma gli immigrati sono pochi», spiega.

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