In Duomo, l’Arcivescovo ha presieduto la Messa in suffragio dei sacerdoti, consacrati e consacrate morti quest’anno. «Non siamo discepoli dei maestri della tristezza. Per questo la nostra celebrazione è piena di fiducia»

di Annamaria BRACCINI

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Il lungo e doloroso scorrere dei nomi che, in Duomo nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, apre la Celebrazione di suffragio, esprime tutta la vicinanza di un’intera Diocesi, unita nel ricordo dei sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate che sono tornati alla Casa del Padre in questo anno. Tempo definito «drammatico» dall’Arcivescovo che presiede il Rito, concelebrato da una settantina di presbiteri – tra cui i Vescovi ausiliari, i Vicari episcopali, i Canonici del Capitolo metropolitano – alla presenza di alcuni diaconi permanenti, di una ventina di consacrate di diversi Ordini e Congregazioni e di un ristretto numero di fedeli. Una Messa che il vescovo Mario intende celebrare ogni anno, ma che, dopo questi mesi, assume un significato del tutto particolare, come si rende evidente nella lettura a cui dà voce il moderator Curiae, monsignor Bruno Marinoni, che cita, appunto, tutti gli scomparsi – tra loro anche cardinale Renato Corti – in un silenzio carico di commozione. Eppure, c’è qualcosa di più: tra le navate si percepisce la chiarezza di una luce che illumina, con la consapevolezza di credere nella Risurrezione e nella comunione dei Santi, nel fiducioso abbandono al Signore, contro ogni tristezza dei sapienti e di chi se ne fa maestro, 2000 anni fa come oggi.

L’omelia

«Il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, si è rivelato amaro e, perciò, i sapienti hanno conosciuto l’amarezza e si sono convinti che proprio questo è il vertice della sapienza, questa è l’ultima scoperta: la sapienza amara. Hanno, dunque, coltivato il pensiero triste, hanno insegnato l’etica della rassegnazione, hanno definito i limiti del bene e lo hanno inteso assediato da ogni parte del male, dalla morte, dal nulla», osserva, infatti, l’Arcivescovo, avviando la sua omelia. Quei maestri che abitavano a Corazin, a Betsaida a Cafarnao, ai quali non sono mai mancati, attraverso i secoli, discepoli e volonterosi imitatori.
«Se noi fossimo discepoli dei maestri della tristezza, questa nostra Celebrazione sarebbe triste: i fratelli e le sorelle che sono morti quest’anno, secondo il pensiero della tristezza, sono perduti per sempre, il nostro ricordo è solo il rammarico per la loro irrimediabile assenza, la nostra riconoscenza per il bene che abbiamo ricevuto dal loro Ministero e della loro testimonianza è senza interlocutori: infatti, a chi diciamo grazie se i nostri cari sono finiti nel nulla? Il bene da loro compiuto è schiacciato nei limiti imposti dal male e dalla morte. Il nulla finisce per inghiottire tutto e tutti: è solo questione di tempo».
Ma proprio questo – scandisce il vescovo Mario – non «vogliamo essere, i discepoli dei maestri della tristezza», specie ora, proprio perché «nella rivelazione della verità del Padre abbiamo trovato ristoro anche se abbiamo sentito, come tutti, l’oppressione del male e della morte. Abbiamo accolto l’invito: venite a me e siamo venuti, abbiamo appoggiato il nostro capo sul petto di Gesù, come il discepolo amato. Perciò la nostra celebrazione, per quanto segnata dalla tristezza dalle tante morti che hanno ferito le nostre comunità, è piena di fiducia perché il nostro ricordo non è solo il ricordo di persone care irrimediabilmente perdute, ma piuttosto la consolazione di riconoscere che noi condividiamo con loro la comunione dei Santi. Il Padre ha reso partecipi della sua vita noi e tutti i nostri cari. Siamo vivi presso Dio e continuiamo a volerci bene, a suggerirci motivi di speranza, a indicarci percorsi che non deludono».
Celebrazione che è, quindi davvero eucaristia, «cioè rendimento di grazie, riconoscenza» per chi si è conosciuto anche se non si è riusciti, talvolta, a esprimere fino in fondo, con le parole, i sentimenti del cuore.
«Nella comunione dei Santi trova compimento anche l’incompiuto, quello che si sarebbe voluto dire e che è rimasto taciuto, quelle manifestazioni d’affetto che sono state impedite dal modo di morire di persone chiuse in isolamento, le opere buone che sono state mortificate dall’approssimazione, dalla fretta, da modi di fare goffi e maldestri, per cui non siamo stati capaci di dire tutta la gratitudine, l’ammirazione per loro. In questo anno drammatico, i morti sono stati più numerosi e molti hanno percorso l’ultimo tratto di strada in una solitudine straziante. Per questo abbiamo voluto ricordarli questa sera per nome, per dire a ciascuno quella vicinanza che non siamo riusciti a esprimere, non per rimediare a un infondato senso di colpa, ma per celebrare la comunione dei Santi».
Una comunione che si rende palpabile nelle Litanie dei Santi – cantate coralmente in ginocchio dall’Assemblea – e nelle parole di congedo dell’Arcivescovo: «Le nostre Comunità sono state ferite dalla morte, ma noi siamo qui a professare la nostra fede nella Risurrezione, in quella vita di Dio che ci rende vivi e felici in Lui. Voglio invocare, per tutti, la benedizione come quella consolazione che ci insegna a guardare la vita e la morte con la sapienza che viene di Dio».

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