Nell’Auditorium intitolato al Beato Giacomo Alberione, la tradizionale Messa di Natale per la Società San Paolo è stata presieduta dall’Arcivescovo. «Le difficoltà vanno affrontate con l’ardore del servizio al Vangelo che motiva le fatiche che non possiamo risparmiarci e le sfide a cui non possiamo sottrarci»

di Annamaria Braccini

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«Un momento per rafforzare la fede», superando le immancabili difficoltà e le sfide del presente.
Quest’anno, a presiedere l’Eucaristia natalizia per la Società San Paolo, come sempre presso l’Auditorium intitolato al Beato Giacomo Alberione, è l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini cui sono accanto oltre 15 sacerdoti concelebranti paolini.
Il Pastore ambrosiano viene accolto dal saluto di don Eustacchio Imperato, superiore provinciale italiano della Società San Paolo, presenti l’intero Governo provinciale della Circoscrizione del nostro Paese, l’Apostolato con il direttore generale, don Rosario Uccellatore, i vari direttori del Gruppo Editoriale, le sorelle della Famiglia Paolina, tanti collaboratori e amici.
Due le parole – predilette dal fondatore Alberione – che don Imperato sottolinea: “servire” e “collaborare”. «Vogliamo portare le difficoltà sull’altare perché lo spirito di Gesù le trasformi in opportunità, laddove il Signore ci chiama a collaborare. Vogliamo essere collaboratori della Chiesa dell’unica missione».
Missione che, con il carisma paolino, è annuncio del Vangelo con i mezzi della comunicazione. E proprio sui rischi e le possibilità di chi opera in questo delicato ambito, si sofferma la riflessione dell’Arcivescovo nell’omelia. «In questo contesto, sono due le logiche che possono emergere: la prima dell’esibizionismo contrapposta a quella della testimonianza. Per gente che lavora nella comunicazione, che, per missione, per preparazione professionale e competenza deve comunicare trasmettendo un messaggio  – come è, nel caso della Famiglia Paolina -,  non si tratta di professione o di una tecnica, ma di una vocazione in cui è coinvolta non solo la competenza, ma la vita stessa».
Da qui, un’indicazione «per chi si espone in pubblico», con l’invito chiaro a «vigilare per evitare la logica dell’esibizionismo. La stessa che Gesù rimprovera agli scribi e farisei».
Ma su cosa vigilare, in concreto, per evitare tutto questo? «Il grande rischio è strumentalizzare la religione attirando l’attenzione su di sé, da cui deriva anche la strumentalizzazione degli altri, che interessano se sono ammiratori o se danno prestigio e lode».
Non nega la realtà, monsignor Delpini, rivolgendosi direttamente a chi fa comunicazione, quando riconosce il difetto che è un poco di tutti, specie in questo nostro tempo autoreferenziale. «Dentro ciascuno di noi c’è una tentazione di vanità, di autocompiacimento, per attirare attenzione, soprattutto per chi come voi e, in un certo senso come me, è sotto i riflettori. Dobbiamo convertirci dalla logica dell’esibizionismo a quella della testimonianza. Un primo tratto fondamentale di quest’ultima è la cura per l’opera di Dio, cosa che è, oggi, largamente censurata per far sembrare l’uomo unico protagonista dell’orizzonte della storia. Invece, occorre far vedere che è Dio all’opera nella storia. Questa è la logica della testimonianza».
Un percorso, aggiunge il Vescovo, «da esigere non dagli altri, ma, anzitutto, da noi stessi come persone che, umilmente, si mettono in discussione per avere un comportamento più coerente, uno spirito più evangelico, una maggiore attenzione alla nostra conversione personale e non solo a quella altrui».
E, infine, un terzo passo, decisivo: «Tale logica deve trasmettere un messaggio che faccia percepire come sia desiderabile appartenere al Signore e al suo popolo, come sia attraente il messaggio che da Lui ci viene rivolto. Tutto ciò ha a che fare con un’attitudine di gioia che dice la felicità di essere strumenti al servizio di Dio, così che nasca, in chi ci incontra, non l’ammirazione per come viene fatta la professione, ma per la visione della gioia dei cristiani. Questo dobbiamo condividere e irradiare. Il mistero del Natale, a cui ci stiamo preparando, contiene, appunto, l’invito a lasciarci avvolgere dal Verbo di Dio fatto carne e dalla sua gloria, per avere la libertà e la fierezza di essere semplicemente a disposizione. Testimoni, perché il mondo possa intuire che c’e una speranza affidabile e una comunione desiderabile».
E, a conclusione della Messa, prima dei festeggiamenti per chi lavora da 25 nel Gruppo (vengono premiati ben 12 collaboratori che hanno raggiunto questo importante traguardo), ancora un pensiero dell’Arcivescovo che ha il sapore di un ringraziamento sentito a nome dell’intera Chiesa ambrosiana «per il servizio dei Paolini alla comunicazione nella Diocesi di Milano».
«Bisogna affrontare insieme le difficoltà con spirito di collaborazione, con la gioia di comunicare i valori che ci stanno a cuore». Come a dire, i problemi – evidente il richiamo alle questioni aperte, a livello giornalistico in alcune Testate del Gruppo, «vanno affrontati con l’ardore del servizio al Vangelo che motiva anche le fatiche che non possiamo risparmiarci e le sfide a cui non possiamo sottrarci»

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