Dedicata all'esempio di misericordia verso i più bisognosi del «grande santo contemporaneo» l'omelia dell’Arcivescovo nella Santa Messa celebrata al Piccolo Cottolengo per l’80° anniversario di fondazione

di Loris CANTARELLI

piccolo cottolengo

«Il Regno di Dio che Gesù annuncia è un nuovo modo di stare al mondo, un nuovo stile di vita che da duemila anni la Chiesa, pur con tutti i limiti, porta avanti soprattutto nei suoi santi, uomini e donne compiuti da cui possiamo trovare conforto e alimento dai loro fatti e detti per tutta la nostra vita». Lo ha detto l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, presiedendo una Santa Messa al Piccolo Cottolengo Don Orione di Milano, al culmine delle celebrazioni per gli 80 anni dell’istituzione (4 novembre 1933), anniversario che coincide con il 60° dell’erezione a parrocchia della chiesa di San Benedetto abate (10 novembre 1953) e il 50° della benedizione della prima pietra della “Casa del giovane lavoratore” (30 novembre 1963). Alla Messa hanno partecipato gli ospiti del Piccolo Cottolengo e alcuni parenti, gli operatori, i volontari, una rappresentanza degli ex allievi mutilatini e i parrocchiani.

Dopo i saluti di don Dorino Zordan, direttore orionino dell’Istituto – che ha ricordato quando, il 17 ottobre 1931, don Luigi Orione parlò del «piccolo granello di senapa» destinato a germogliare nei decenni successivi – il Cardinale ha celebrato la Messa con i sacerdoti della comunità parlando del «grande santo contemporaneo» in «una manifestazione di carità viva dell’opera di misericordia, che è decisiva nel bisogno di condivisione dell’altro, soprattutto quando questo si fa particolarmente acuto e radicale». Scola si è detto «particolarmente lieto e commosso dell’invito a partecipare a questa festa del Piccolo Cottolengo Don Orione, che ha segnato e sta segnando la storia della nostra Chiesa e della nostra città». Ha raccontato di aver avuto modo di «conoscere le opere suscitate da don Orione sin dal mio primo impegno come Vescovo a Grosseto e poi a Venezia, dove ho visto la bellissima e assai avanzata scuola professionale. Poi ho avuto la fortuna di vivere la gioia della festa solenne a Tortona e sono stato molto attratto dalla straordinaria forma di santità di questo grande sacerdote».

«Da dove don Orione traeva questa energia e questo suo seguire i fatti della vita e precipitarsi là dove il bisogno si manifestava?», si è chiesto l’Arcivescovo. La risposta viene «dall’Evangelo di Marco, con Gesù che, dopo l’arresto del Battista, prende su di sé la responsabilità di predicare e invitare tutti alla conversione al Regno che viene. E che cos’è questo Regno? È un modo di vivere in rapporto con Dio, con gli altri e con se stessi secondo verità… in modo che si documenti e si testimoni nella vita personale, familiare, ecclesiale e civile la pienezza e la verità di seguire le indicazioni di Dio». L’evangelista racconta che alla chiamata di Gesù i primi discepoli risposero «subito, senza indugio e senza proseguire in ragionamenti o sollevare dubbi, basandosi sulla fede». Da questo impariamo che «la nostra vita è vocazione, come ogni circostanza e ogni rapporto della nostra vita è risposta alla chiamata di Dio, e questa è ciò che dà dignità a ciascuno, al di là del fatto che siamo giovani o pieni di acciacchi, belli e forti o segnati nel corpo da fatiche e prove fisiche anche dure, che diventano prove di fondo morali e spirituali per chi le porta e per i suoi familiari: Gesù è venuto a dirci che Dio ci ama in maniera incondizionata».

Così un uomo come don Orione «nella carità soprattutto per i più bisognosi ha voluto esprimere la sua gratitudine a Gesù per aver spalancato la via dell’amore come via della vita». Il Cardinale ha poi concluso l’omelia augurando a tutti la tenerezza e la dolcezza descritta da don Orione in uno dei suoi scritti: «Quando, nei primi tempi della congregazione, dopo lunghe camminate a piedi per andare a predicare nei paesi, giungevo a casa stremato per la stanchezza, e spesso la notte mi sdraiavo su qualche dura panca di legno, il Signore mi usava una speciale delicatezza; alle volte l’infinita bontà di Dio mi faceva sentire l’impressione, o mi dava la sensazione, che la panca sprofondasse, facendosi soffice e tenera, come una morbidissima panca di gomma, come mi tuffassi in un materasso molle molle, nel quale sì sprofondavano le mie ossa stanche, ricevendone un riposo soavissimo…».

Allo scambio della pace, l’Arcivescovo ha poi voluto scendere dall’altare a stringere le mani di tutti gli ospiti in carrozzella fra le panche: un gesto protrattosi per oltre venti minuti, accompagnato dal suono dell’organo. Al termine la benedizione apostolica da trasmettere a tutti i parrocchiani e a chi è stato impossibilitato a presenziare.

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