Il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib riflette sulle consonanze tra lo Shabbat ebraico e la domenica, così come viene delineata dal cardinale Scola nella sua Lettera pastorale

di Annamaria BRACCINI

Il sabato, lo Shabbat ebraico, da osservare e da comprendere a pieno nel suo valore di festa sacra, e la domenica, per i cristiani giorno del Signore. È proprio vero: il campo è il mondo, uno spazio da cui nessuno può sentirsi escluso o lontano, perché nessuno può sottrarsi a quelle esperienze che fondano il nostro essere parte dell’umanità.

Così la stessa preoccupazione attraversa le riflessioni del rabbino capo di Milano Alfonso Arbib e del cardinale Scola, quando si parla di tempo del riposo e del lavoro, del giorno della festa che – per parafrasare un’espressione dell’Arcivescovo – «non è e non può ridursi solo al week-end» . E se, nel contesto di Family 2012, il lavoro e la festa erano nel titolo dell’Incontro, anche gli ebrei di Milano in questi giorni pongono la loro attenzione sul come vivere il riposo sabbatico, «per ridare sia al tempo, sia allo spazio, quella dimensione profondamente umana senza la quale nessuna conquista tecnologica può diventare anche occasione di crescita». «Non a caso – dice subito rav Arbib -, il tema scelto per il primo Festival Internazionale di cultura ebraica a Milano (se ne parla a pagina 4, ndr) è appunto dedicato al sabato come giorno privilegiato anche per riscoprire un più complessivo senso equilibrato del tempo e del modo in cui lo utilizziamo. Una tema che, specie nella società attuale, mi pare cruciale».

Nella sua Lettera pastorale il cardinale Scola affronta con chiarezza il tema del riposo come «fattore di equilibrio tra gli affetti e il lavoro». Sono questioni trasversali che interessano tutte le grandi religioni e, in generale, la comunità civile?
Senza dubbio. Proprio il concetto del giorno di riposo ispirato dalla riflessione religiosa è centrale sia nella tradizione cristiana, sia nell’ebraismo, per il quale è addirittura un aspetto caratterizzante che si basa su un’esperienza da vivere nell’autenticità e nella profondità. Questo – e ritengo che ciò sia una posizione condivisa dal Cardinale e, peraltro, presente nella sua Lettera – offre al giorno settimanale del riposo un’importanza non solo filosofica o storica, ma peculiarmente esistenziale. Chiunque abbia sperimentato lo Shabbat – come rabbino faccio ovviamente riferimento al contesto ebraico – sa che non si tratta solo della cessazione di un’attività lavorativa, ma di un esercizio spirituale che, nutrito di contenuti spirituali, dà un’impronta specifica a tutto il proprio modo di intendere la vita.

Lei è alla guida della comunità religiosa ebraica di Milano, il cardinale Scola è a capo della grande Arcidiocesi ambrosiana. Crede che questa riflessione comune sulla giornata da dedicare al Signore, che trova le sue radici nella fede, possa divenire anche un ulteriore ponte di dialogo?
Sicuramente, perché stiamo parlando di un giorno che viene «scritto» alla creazione del mondo e che va al di là, entro certi limiti, dell’ebraismo, perché il sabato è il tempo in cui è Dio stesso che riposa. Esiste un midrash, ossia un commento interpretativo della Scrittura, che spiega che in quel momento Dio dice al mondo di «fermarsi». E questo è il giorno in cui noi uomini possiamo riposare, ma anche riflettere, «ripartire», rinnovarci, nel quale il Signore stesso rinnova. Infatti, secondo un grande maestro della tradizione sefardita, Dio ri-crea il mondo ogni sei giorni.

Con la sua Lettera pastorale il Cardinale si rivolge in primo luogo alla Chiesa che gli è affidata, ma anche a tutti coloro che vogliono porsi in ascolto. Vivendo sotto lo stesso cielo, percorrendo le stesse vie di questa Milano così complessa, interrogarsi sulla metropoli può essere un modo per aiutare la frequentazione e la conoscenza reciproche?
Questo mi sembra un elemento fondante che spinge a guardare con una certa fiducia al futuro. Credo che il problema generale del dialogo sia, oggi, il non limitarsi alle «frasi fatte», ma riempire di contenuti un possibile confronto. Affrontare questioni comuni, sostanziali, di fede, ma che si ampliano – come ho già detto – all’esperienza condivisa, è una strada molto promettente.

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