L’Arcivescovo ha partecipato alla Tavola Rotonda su piattaforma, promossa dal Centro Culturale di Milano e dal Banco Farmaceutico, con il titolo «L’origine della cura. In tempo ordinario e in tempo straordinario». Presentato anche il volume «All’origine della cura. Assistenza e sanità tra Medioevo ed Età moderna»

di Annamaria BRACCINI

prendersi cura

«L’attualità della sollecitudine per i malati, mi pare che provochi ciascuno di noi a capire meglio chi siamo e lo scopo della nostra vita, proprio per le domande che pongono la cura e la malattia. E questo non è soltanto dovuto a una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo, ma è manifestazione di chi siamo veramente. Perché siamo al mondo? Secondo la verità cristiana, perché possiamo servire tutti senza fare distinzioni».
È un tema insieme antichissimo e di piena modernità – “L’origine della cura. In tempo ordinario e in tempo straordinario” -, quello che viene affrontato nell’approfondita Tavola Rotonda che, promossa dal Centro Culturale di Milano e dal Banco Farmaceutico rigorosamente su piattaforma, vede il confrontarsi di diverse autorevoli voci, a partire dall’Arcivescovo che, appunto, così definisce la fondamentale domanda di senso alla base di ogni autentica relazione di cura.
All’indomani della Festa del Perdono, che ha sempre accompagnato la vita dalla Ca’ Granda, oggi “Fondazione Irccs Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico”, sorta nel 1456 e attuale sede dell’Università degli Studi di Milano, l’incontro si apre con la presentazione del volume “All’origine della cura – Pauper Christi, assistenza e sanità tra Medioevo ed Età moderna” di Giuseppe Sabolla (Edizioni Itaca), pubblicato in occasione dei 20 anni del Banco Farmaceutico Italiano. Un saggio prezioso che racconta, con notizie e molte belle immagini, la storia dell’assistenza sanitaria.

Il volume presentato
A dialogare virtualmente, accanto al vescovo Mario, con la moderazione del direttore del Banco, Filippo Ciantia, ci sono Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale pediatrico “Bambin Gesù”, Maria Pia Alberzoni, docente di Storia Medievale presso l’Università Cattolica di Milano e Giuseppe Sabolla. Camillo Fornasieri, direttore del CmC, avviando la serata sottolinea come il libro di Sabolla «parta da domande, come l’origine della cura, su cui bisognerebbe sempre interrogarci. Ci vorremmo chiedere come riaprire tali interrogativi che hanno al cuore il bene della persona, di ogni poersona».
Ciantia aggiunge: «Si tratta di un saggio unico nel suo genere che permette di riscoprire le radici profonde di una cura capace di giungere fino ai nostri giorni di pandemia. Un fatto che ci onora e commuove». E, in effetti, l’affresco delineato da Sabolla, medico specializzato nel curare i malati di tubercolosi e volontario da sempre del Banco Farmaceutico, è ampio e avvincente nella ricostruzione della storia di Confraternite – la prima, quella di Santa Corona, con i 12 confratelli riuniti intorno al Cristo coronato di spine, è plasticamente rappresentata nel grande affresco della Sala Luini in “Ambrosiana” – e Misericordie, originatesi a Firenze nel 1244. Realtà nate e sostenute soprattutto da donazioni di laici, ma anche dai Vescovi con i proventi delle Indulgenze e dalle autorità civili con sottoscrizioni pubbliche e attraverso il conferimento di beni di coloro che morivano senza lasciare eredi o sequestrati agli usurai. «Un capitolo importante anche da punto di vista economico da non dimenticare».

L’intervento dell’Arcivescovo
Sollecitato a riflettere sull’oggi della cura e della carità fraterna, l’Arcivescovo osserva. «L’attualità della carità è uno spettacolo pieno di stupore. Quello che io constato e che ci sono delle situazioni che hanno la potenzialità di suscitare domande, ma sembra che qualche volta le emergenze inducano a essere superficiali, come quando si sta bene e non ci si pongono interrogativi sulla salute. Al contrario occorrerebbe approfondire perché si stia bene e per quale scopo»
Un concetto che si comprende meglio se si pensa alla malattia «con il suo senso di sconcerto di fronte allo stare male che porta a ricercarne le cause. Ma il Vangelo ci chiede non di domandaci perché si stia male, ma quale sia la nostra vocazione in una situazione di male».
Il riferimento non può che essere alla pandemia. «Credo che in questo disastro possiamo comunque continuare ad amare, possiamo assumere la situazione come occasione, come vocazione, rispondendo con la cura alla malattia. La commovente sollecitudine di una folla immensa di persone che si sono prese cura degli altri, pone, appunto, la domanda della vocazione e di chi occorre prendersi cura: di tutti coloro che hanno bisogno. L’attualità è che ancora oggi vi è bisogno che ciascuno ritrovi la sua verità e il senso dell’esistenza», conclude monsignor Delpini che richiama anche il periodo della propria malattia come un «momento di inattività che non avevo mai sperimentato prima e che mi ha permesso di studiare e di pregare, senza mai dimenticare i moltissimi uomini e donne – i miei preti – che hanno sofferto e sono morti». Una «contrastante reazione alla morte di tante persone care e che, in ogni caso, hanno lasciato comunità e famiglie ferite» ancora alla ricerca di una sintesi non facile tra lo strazio e la speranza cristiana «per cui la morte non è un finire, ma l’ingresso in una vita benedetta e consolata».

Le testimonianze
Maria Pia Alberzoni, un’autorità a livello internazionale nel campo della medioevalistica, parla di un lato drammatico del Covid «su cui si può costruire», riferendosi alla maggiore consapevolezza del valore delle lezioni sorta negli studenti in tempo di Dad.
Poi, l’analisi della carità nel Medioevo. Da San Benedetto che, nella sua Regola «spalancando un orizzonte fino ad allora inedito», scriveva “che l’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti come Cristo in persona”, per arrivare a Francesco che inizia il suo testamento, nel 1226, parlando dei servizio ai lebbrosi – che prima gli facevano ribrezzo – come momento di svolta nel suo cammino di penitenza..
«La centralità dell’altare e del Santissimo Sacramento negli ospedali medioevali indica proprio lo sguardo di fede con cui si guardano i malati come a Cristo. La fede da sempre ha un’intelligenza e una fantasia capaci di sopperire alla mancanza di ritrovati scientifici, come dimostra l’opera di tanti Ordini religiosi, non certo formati tutti da medici, e che pure hanno saputo prendersi cura dei malati con una com-passione e una partecipazione che ha significato soprattutto non lasciare mai soli i sofferenti».
Parole cui fa eco Mariella Enoch, alla guida del più grande Centro medico pediatrico in Europa, che scandisce. «Non avremmo mai pensato che un virus potesse destabilizzare il mondo, ma questo è stato e i progressi della medicina hanno permesso di trovare in un tempo breve dei vaccini e questo è straordinario. Gli ospedali hanno continuato a fare il loro lavoro, ma oggi una medicina solo ospedalocentrica non è più possibile, perché c’è tutta una cura domiciliare che è l’altra “parte” della cura realizzata con la relazione e la vicinanza umana anche alle famiglie, come si è visto in questa pandemia. Il “Bambini Gesù” è un ospedale pediatrico e ciò significa parlare di bambini: noi abbiamo sempre permesso che, accanto ai piccoli, vi fosse sempre una mamma, un papà. C’è un’attenzione che bisogna mantenere perché non si muore solo di Covid, non dimentichiamo che altri malati – sono raddoppiati, ad esempio, i tumori al seno – sono un poco abbandonati e che le malattie psichiatriche sono esplose tra gli adolescenti, perché oggi le fragilità stanno emergendo con ancora più forza». Basti pensare che nel solo 2020, al “Bambin Gesù” gli arrivi di piccoli che non potevano essere curati nei loro Paesi di origine solo stati oltre 110.
«Quando tutto questo finirà, è importante non tornare nel nostro egoismo. Tutti abbiamo condiviso un’esperienza di paura, ansia, terrore e, allora, ancora di più, dovremo tornare al dialogo con l’ammalato e gli ospedali dovranno essere vere scuole di vita. Credo che se non si cambia il modello culturale del solo profitto non saremo ospedali umani, come, invece ha detto papa Francesco visitandoci: “Voi non siete solo un ospedale cattolico, siete un ospedale umano”. Per questo curiamo i bimbi anche nei campi rom e portiamo formazione e sapere in 12 Paesi del mondo attraverso una piattaforma con la quale è possibile tenere contatti e lezioni».

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