Dalla speranza messianica della tradizione ebraica alla rivelazione, nel nuovo Testamento, della missione di Cristo: portare ai poveri il lieto annuncio, proclamando la liberazione degli oppressi e l’anno di grazia del Signore

di Luigi NASON

Natività

L’annuncio profetico, proclamato nella celebrazione del Natale del Signore, allarga i propri orizzonti dalla liberazione delle terre del Nord di Israele, occupate dai pagani, all’instaurazione di un regno di pace universale, associato alla figura di un bambino, incoronato con l’attribuzione di quattro titoli grandiosi: le prospettive che evocano l’instaurazione di una pace cosmica trascendono ogni dimensione di un futuro vicino (Is 8,23-9,6).

L’intenzione di Dio è chiara: Egli interviene nella storia di Israele e, mediante Israele, nella storia dell’umanità per indicare la strada che conduce alla pace. Ma la pace è un dono da accogliere con l’impegno a trasformare gli strumenti di guerra in strumenti di lavoro, quindi di relazioni umane. I vomeri e le falci, propri del mondo agricolo, evocano la fatica rispettosa, necessaria perché la terra produca frutti da condividere con altri (Is 2,1-5).

I riferimenti al libro di Isaia sono assai abbondanti nel Nuovo Testamento: essi rivelano l’impegno della prima comunità cristiana a scavare nelle Scritture per scoprire il senso di ciò che è stato scritto alla luce di un nuovo evento e, nel contempo, interpretare un evento nuovo alla luce della Parola attestata nelle Scritture. Il riferimento al già e al non ancora è presente anche nella tradizione ebraica che, guardando al futuro, distingue tra i giorni del Messia e il mondo che viene. Nell’attesa del mondo futuro, vissuta nella speranza dei tempi messianici o nella consapevolezza dei tempi messianici già iniziati, rispettivamente ebrei e cristiani sono chiamati a camminare insieme, guidati dalla Parola di Dio, per costruire sentieri di pace: alla scuola delle Scritture e, per i cristiani, della loro interpretazione autorevole fatta da Gesù.

La prima comunità cristiana, con marcata ironia, sottolinea il contrasto tra Cesare Augusto, che vuole contare gli abitanti di tutto l’impero, per far risaltare il suo dominio universale, e un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia perché non c’era luogo più adatto per collocarlo (Lc 2,1-14). Non Cesare Augusto, ma Gesù, figlio di Maria, reca all’umanità la salvezza che non è frutto di strategie umane, ma un dono che viene dall’alto dei cieli.

Gesù, nella sinagoga di Nàzaret, interpreta, alla luce di un testo di Isaia, la sua missione: portare ai poveri il lieto annuncio, proclamando la liberazione degli oppressi e l’anno di grazia del Signore (Lc 4,16-21). Nella venuta di Gesù l’autore della lettera agli Ebrei vede la continuità dell’iniziativa di Dio realizzata in un modo che supera ogni attesa umana: Gesù, infatti, è il Figlio, colui che irradia nelle tenebre del mondo la gloria di Dio stesso (Eb 1,1-8). Nelle Scritture la gloria è la rivelazione della presenza dell’invisibile Dio e del suo agire nella storia. Nella vita di Gesù si manifesta e si rende presente il mistero di Dio: il Verbo si è fatto carne e noi abbiamo visto la sua gloria.

Perciò, a conclusione dell’inno con cui si apre il suo Vangelo, Giovanni presenta Gesù, il Verbo fatto carne, come colui che con la sua vita e, soprattutto, con la sua Pasqua, narra il mistero di Dio stesso, comunicando agli uomini la pienezza di vita che Lui solo può donare (Gv 1,1-18). La figura di Maria, icona di ogni discepolo di Gesù, ci conduce a contemplare il mistero dell’Incarnazione. Ella custodisce la memoria degli eventi vissuti e li interpreta alla luce delle Scritture per scoprire in essi la trama del disegno di Dio (Lc 2,15-21).

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