Alle 8.30 l’Arcivescovo presiede la Messa presso l’istituto di pena di Bollate. Una visita molto attesa, soprattutto nei giorni di festa in cui i detenuti, ma anche gli agenti penitenziari avvertono la distanza da casa. Parla il direttore reggente Fabrizio Rinaldi

di Luisa BOVE

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Gesù nasce per tutti. Ovunque. Anche in carcere. E a testimoniarlo, con la sua presenza nel giorno di Natale, sarà lo stesso Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, atteso dai detenuti della Casa di reclusione di Bollate come segno di attenzione e di speranza, anche là dove le giornate sembrano non passare mai, dove il tempo scava solchi profondi in ogni esistenza. Celebrerà la Messa il 25 dicembre alle 8.30 tra gli uomini e le donne che popolano l’Istituto di pena. La celebrazione eucaristica – spiega Fabrizio Rinaldi, direttore reggente dell’Istituto di pena – si svolgerà in teatro «che ha una capienza di un centinaio di posti: vi possono partecipare tutti coloro che lo desiderano». Lui stesso sarà presente, come pure gli operatori e il personale di polizia. «Di solito partecipano anche molti volontari attivi in carcere».

Che cosa significa per la popolazione carceraria la visita dell’Arcivescovo di Milano?
È un grandissimo onore, un segno di attenzione e di vicinanza da parte sua. La visita è molto sentita dai detenuti, dalle persone ristrette, per le quali questo segno di attenzione è ancora più importante perché Natale è un momento che vivono in maniera molto intensa. Anche perché la lontananza da casa, dai propri affetti, acuisce quelle che sono le emozioni forti di questi giorni di festa. Ricevere la visita di monsignor Delpini quindi è molto, molto importante per loro.

C’è qualche iniziativa particolare in questi giorni?
Anche nei reparti si cerca di fare festa: i reclusi vivono momenti insieme con l’aiuto dei volontari, mentre nei diversi laboratori si organizzano eventi con i detenuti lavoratori. Tutte queste iniziative vengono comunque favorite dall’istituto per permettere a tutti di stare insieme, socializzare e festeggiare.

Quanti sono oggi i reclusi? E quelli che lavorano?
Sono 1250, di cui quasi 150 donne. I detenuti che escono a lavorare (secondo quanto stabilito dall’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario, ndr) sono circa 200, molti dei quali impegnati nella ristorazione, nell’informatica e nei lavori di pulizia. A questi vanno aggiunti 40 semiliberi che escono la mattina e rientrano la sera: una parte di loro si reca al lavoro oltre ad andare dai propri cari.

E quelli che lavorano all’interno?
Abbiamo circa 140 detenuti impegnati in lavorazioni interne in 13 attività che fanno capo a cooperative o società private esterne. Inoltre ci sono poco più di 250 lavoranti alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, che svolgono i cosiddetti “lavori domestici” (pulizia, cucina…) per far funzionare il carcere.

Cosa rappresenta per loro il lavoro?
È l’occasione principale per il riscatto nella vita e per il reinserimento sociale delle persone che sono in esecuzione di pena detentiva.

Avete anche studenti?
Certo. Sono centinaia quelli impegnati nella scuola dell’obbligo. Poi abbiamo anche diversi universitari: attualmente sono circa una quarantina gli iscritti a diverse facoltà, a cominciare da quella di giurisprudenza.

Tornando al Natale, immagino che anche molti agenti penitenziari lo festeggeranno in carcere, lontani dalla famiglia…
Sì, è così. A volte questa lontananza dagli affetti è sentita anche da chi lavora, dagli operatori penitenziari all’interno delle carceri, in virtù del fatto che buona parte del personale proviene dalle isole, dal centro e dal sud Italia. Quindi anche per loro occasioni come il Natale sono momenti in cui non vivono in maniera diretta gli affetti familiari. Anche per loro quindi è molto importante la presenza e la testimonianza dell’Arcivescovo.

 

 

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