A conclusione della Tre giorni del Convegno dedicato a “Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano”, in Curia sono intervenuti i cardinali Scola e Tettamanzi. Dalla spiritualità del Beato al suo amore per una Chiesa capace di vivere il presente, è emerso un ritratto a 360° del loro predecessore

di Annamaria BRACCINI

Due relatori di eccezione hanno concluso il significativo Convegno dedicato al beato Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano. Tre Giornate di studio – le prime due svoltesi a Villa Cagnola di Gazzada – promosse dalla Diocesi di Milano, dall’Istituto Paolo VI-Centro Internazionale di Studi e Documentazione promosso dall’Opera per l’Educazione Cristiana di Brescia, dall’Istituto Superiore di Studi Religiosi di Villa Cagnola e dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI di Varese. Molti, una ventina, gli interventi di illustri esperti e studiosi della figura e del magistero montinani che hanno così voluto ricordare il sessantesimo anniversario dell’elezione ad Arcivescovo di Milano dell’oggi beato Paolo VI.

E non vi poteva essere conclusione migliore, appunto, dei due profondi e articolati interventi proposti nella Sessione svoltasi in Curia a Milano (i primi due giorni di Lavori erano stati a Villa Cagnola) e affidati ai successori in questi ultimi anni di Montini, i cardinali Dionigi Tettamanzi, sulla Cattedra di Ambrogio e Carlo dal 2002 al 2011 e l’attuale arcivescovo Angelo Scola, introdotti dal vicario Episcopale della Cultura, monsignor Luca Bressan, attento ad evidenziare le sfide che ancora oggi l’azione montiniana ci lascia.

«Di gioia e insieme di timore», ha parlato subito Tettamanzi che fu ordinato sacerdote da Montini il 28 giugno 1957 e che da lui, come ha detto, «ha ricevuto luce e forza veramente singolari –tuttora “profetiche” – per il servizio episcopale». E ben si è compreso dalla complessità della relazione centrata sulla spiritualità del Beato, quanto questo influsso sia stato determinante per l’Arcivescovo oggi emerito.

Laddove gli studi tendono ancora a soffermarsi sul ricchissimo magistero di Paolo VI, su alcune Encicliche, anche discusse, su interventi relativi agli anni conciliari e sul suo Governo della Chiesa universale, il richiamo al “come” Montini agiva più che al “che cosa” egli fece, è parso, infatti, particolarmente interessante.

L’intento, esplicitamente dichiarato da Tettamanzi, è stato quello di «di riscoprire, dunque, l’“anima”, il “cuore” che hanno ispirato, sostenuto e perfezionato l’ esistenza quotidiana montiniana e la sua attività pastorale».

Un campo affascinate, non ancora davvero indagato, per il quale ben si adattano le parole di san Giovanni Paolo II quando sottolineava l’eredità spirituale di Paolo VI, da studiare con amore e rigore scientifico, per comprenderne a pieno il “tesoro”.

«L’amore al Signore Gesù come persona viva, concreta, incontrabile e sperimentabile, è il “segreto”, il “tesoro” presente nel cuore, è un “nodo dinamico” che qualifica la vita e la missione di Montini-Paolo VI nei termini di un infuocato e irresistibile amore per Cristo. È dunque la scelta di Cristo a rivelarsi e a proporsi come il tratto centrale ed onnicomprensivo sia della “preghiera” che del “vissuto” quotidiano di Montini». Che, come Arcivescovo di Milano, intuì l’urgenza di evangelizzare la metropoli in cambiamento proprio a partire dal «dramma del rapporto tra Cristo e l’uomo».

«Ma se – nota il cardinale Tettamanzi – a prevalere e a vincere in questo dramma della lontananza dell’uomo da Cristo sono la speranza affidabile e la certezza della fede, allora la domanda profonda e assillante che Montini ci ha posto: “Può il figlio del nostro secolo colloquiare ancora con Cristo?”, è tanto più vera e dolorosa oggi» che il fossato tra il Signore e i suoi figli si è apparentemente fatto più profondo.

La vita spirituale di Montini, che fu traduzione concreta e inconfondibile di queste sue parole: “Cristo non è lontano. Chi lo vuole, lo può riscoprire. E chi lo riscopre, lo deve scegliere”, insomma, pone una domanda concreta alla Chiesa e all’uomo: la Cristologia, così, si interseca indissolubilmente con l’antropologia e l’ecclesiologia di una Chiesa amata in modo totale come testimonia il “Pensiero alla morte”.

«Nell’azione e nella spiritualità di Montini-Paolo VI l’amore a Cristo e alla Chiesa non è mai possibile se non saldamente intrecciato e intimamente congiunto con l’amore all’uomo, alla sua dignità, alle sue responsabilità, alla condivisione dei numerosi e complessi problemi dell’esistenza propria e altrui». Un atteggiamento che Tettamanzi definisce il “cuore sociale” del Beato: basti pensare alla sua definizione della politica come più alta forma della carità. Da qui la conclusione del Cardinale: «la profonda intimità con Gesù è stata davvero la sorgente del grande amore montiniano per l’uomo e la forza della sua testimonianza nella Chiesa e nel mondo. Un amore che ancora oggi, come grazia e responsabilità, interpellano ciascuno di noi». Parole cui ha fatto eco l’altrettanto approfondita comunicazione del cardinale Scola centrata su l’idea della riforma che attraversò l’intera esistenza del Beato, soprattutto come attitudine mentale e spirituale. Una via di riforma che anche la nostra Chiesa oggi sta percorrendo con l’approfondita riflessione sul ruolo dei presbiteri, su quello della famiglia come soggetto centrale dell’evangelizzazione, capace di comunicare esperienze convincenti e testimonianti di vita quotidiana; sui cammini dell’Iniziazione cristiana sostenuti da un’autentica Comunità educante non frammentata.

Un’idea di “riforma” che ieri, ai tempi di Montini e di Paolo VI, come ora nel Terzo millennio, «non può essere solo affrontata da cambiamenti puramente funzionali, seppur necessari, o istituzionali. Una categoria che, tuttavia, al di là di comprensioni riduttive continua a sembrare la più conveniente – osserva il Cardinale – per leggere l’evento conciliare».

Una “riforma” che, non a caso, era già ben presente nel giovane Montini, quando in “Scritti Fucini” nel 1927, annotava “occorre guardarsi dall’utopia e dalla rivoluzione suggerendo la parola rinnovazione”.

Evidente che l’arrivo a Milano, la città che al futuro Beato parve la più moderna di Europa, inserì questa visione del mondo e delle cose in un contesto insieme problematico e affascinate, come si evince, peraltro, da tutti i suoi interventi, Lettere Pastorali, allocuzioni del periodo ambrosiano. Fin da quel 6 gennaio del 1955, quando il neo Arcivescovo pronunciò una delle sue omelie più belle, quella dell’ingresso solenne in Diocesi. Magnifica nella prosa e nel significato, come la riflessione proposta nel Pontificale di Pasqua del 1956, quando Montini definì “il desiderio di riforme come la molla della vita cristiana”, perché riformare la Chiesa significa restaurarne lo splendore originario “nella mentalità e nel costume”.

Un problema ancora oggi: in gioco c’era e c’è l’essere “figli vivi della tradizione”, difendendola e rinnovandola, con uno scatto del cuore e della mente, con uno sguardo capace di prendere il largo. E, allora, la riforma sarà vera, interiore «un grazia più che una tecnica, un dato sistematicamente obliterato dalle nostre ossessioni organizzative di tipo aziendale», scandisce Scola. «In questo contesto, studiare il vocabolario del concetto di riforma sarebbe interessante», spiega ancora, basti pensare all’espressine “padronanza riformatrice” che Montini usa anche per l’esemplarità della “straordinaria figura di San Carlo”.

Perché «la riforma vera ama e non odia, non inventa, ma sviluppa (il nuovo e non l’inedito), non si ferma, ma continua», non è un toccasana immediato, ma costruisce il futuro. Come ha dimostrato e continua a fare il Concilio “un primaverile risveglio di immense energie spirituali e intellettuali della Chiesa, un ringiovanimento sia delle sue forze interiori sia delle norme che regolano le sue forme canoniche”. «Una riforma – conclude l’Arcivescovo – più che mai decisiva per noi stanchi europei di oggi, che a partire dall’energia dello Spirito santo speriamo fiorisca dalla nostre persone contagiando la società nel suo complesso». E finisce, il Cardinale, con un aforisma del seicentesco Jean de La Bruyière «Il rischio dell’uomo contemporaneo è di essere un vecchio egoista che comprerebbe un istante di vita in più al prezzo dell’estinzione del genere umano». La sfida per ringiovanire è aperta.

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