Nelle celebrazioni, nelle visite a scuole, piccoli paesi del forese, nell’amministrazione dei Sacramenti, sta forse una delle chiavi interpretative degli anni milanesi del futuro Paolo VI, prossimo beato. Ne parliamo con monsignor Ennio Apeciti

di Annamaria BRACCINI

«Quale è l’oggetto della funzione a me affidata fra voi? A tutti è noto, ma giova ripeterlo, esso è religioso. Unico è l’oggetto delle sue fatiche pastorali, amministrative, culturali e sociali: quello di difendere e di diffondere la religione cattolica… Lo sforzo secolare di chi ha costruito questa magnifica Chiesa milanese non pone fine alla continua opera che la sua vita reclama: conservare ed accrescere, mantenere e sviluppare… Che cosa dobbiamo difendere e conservare? Una cosa che tutte vale, che sopra tutte è preziosa, e vitale: la fede».

Basterebbero queste poche righe, pronunciate dal futuro beato Giovanni Battista Montini, in Duomo, il 6 gennaio 1955 – davanti, ricordano le cronache, a trentamila persone, assiepate dentro e fuori la Cattedrale -, a delineare il progetto, il programma dell’intero episcopato montiniano a Milano. Periodo non lungo, come si sa, il 21 giugno 1963 l’Arcivescovo sarebbe divenuto papa Paolo VI, ma intensissimo e articolato su molteplici ambiti, dall’attenzione privilegiata al mondo della cultura e del lavoro, nelle profonde trasformazioni che la città stava vivendo, fino a quella per la società nel suo complesso, con il pensiero sempre rivolto anzitutto ai poveri, concretamente e spiritualmente, con cui dialogare, ad esempio attraverso la grande iniziativa della «Missione di Milano» del 1957. Tutte «tessere» dello straordinario mosaico che racconta l’incontro e, poi, la sincera «amicizia» creatasi tra la Chiesa ambrosiana e il suo Vescovo, anche quando il Pastore, nella sua attività quotidiana e peculiare, non era sulle pagine dei giornali, ma comunque, nel cuore del suo popolo.

Eppure, sta proprio – forse – qui, nelle celebrazioni di ogni giorno, nelle visite a Istituti, scuole, piccoli paesi del forese, nell’amministrazione dei Sacramenti, una delle chiavi interpretative degli anni milanesi di Montini. E, allora, nella cura speciale per quella che egli ancora definì «opera altissima conservatrice e rinnovatrice insieme», è interessante «seguire» idealmente l’Arcivescovo nel momento – anzi nelle molteplici occasioni – in cui conferì personalmente il sacramento della Cresima.

Tante volte, come è ovvio, in Duomo, anche in due appuntamenti nello stesso giorno, ma altrettante in diverse parrocchie e luoghi della Diocesi. Iniziò quasi subito, infatti, già a poco più di un mese dal suo ingresso a Milano, Montini amministrò la Cresima in Cattedrale il 13 febbraio 1955 e, per limitarsi allo stesso anno, a maggio, il 16 e 18, in due turni per ciascuno dei due giorni. Ultime Cresime, tra le navate, il 7 e 8 maggio 1963: tra queste date appena qui accennate, molte altre volte, come si evince, anche solo sfogliando la preziosa e autorevole «Cronologia dell’Episcopato di Giovanni Battista Montini a Milano», pubblicata dall’Istituto Paolo VI di Brescia, a cura della studiosa Giselda Adornato.

Il problema – in questo contesto – è semmai quello della relativa mancanza di testi scritti completi delle parole che l’Arcivescovo espresse in queste occasioni. Nulla è, infatti, rinvenibile relativamente alle Cresime in Duomo, mentre qualcosa, soprattutto appunti, rimane per quelle in parrocchia (vedi, tuttavia, in «Discorsi e Scritti milanesi», ad esempio, la modernissima omelia numero 647).

«Non vi è dubbio che quella del conferimento delle Cresime sia una delle circostanze più care a Montini», spiega monsignor Ennio Apeciti, responsabile del Servizio per le Cause dei Santi e neo-Rettore del Seminario Lombardo di Roma, che aggiunge: «Davanti ai cresimandi l’Arcivescovo predicava sempre “a braccio”, ma è evidente il senso di Chiesa – di stretto e inestinguibile legame con essa – che intese comunicare anche con questi gesti compiuti in prima persona. Esortava i giovani a essere convinti della loro fede, della responsabilità che ne consegue, ma indicava loro anche la necessità di comprendere i tempi. Non dimentichiamo che – al di là del Duomo – raramente il futuro beato inseriva l’amministrazione dei Sacramenti nella Visita pastorale, come, invece, era consuetudine del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster che si trovava, perciò, di fronte a gruppi di ragazzi spesso eterogenei per età e provenienza. Montini cercava, invece, di alimentare il rapporto anche con i genitori, gli educatori e la Comunità, rafforzando il senso di appartenenza a una “Chiesa viva”».

Un’idea molto moderna per l’epoca, se consideriamo che l’amministrazione della Confermazione, prima della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium non era inserita nella celebrazione eucaristica, come avverrà dopo il Vaticano II. Tuttavia, Montini la vedeva già come evento ecclesiale per stabilire un contatto con la gente?
Certo. La Cresima viene vista non come Sacramento che completa, per così dire, il ruolo antico di “soldato di Cristo”, ma come emblema di un entrare in pienezza nella Chiesa del Signore, quali testimoni. Dunque, non un Sacramento che si riceve per se stessi, ma per la missione. In fondo, alla base della “Missione di Milano” c’è questa convinzione: Dio è Padre e noi non possiamo non essere figli.

Montini a Milano visse per la prima volta il ministero pastorale di Vescovo sul territorio. Questa sua esperienza, maturata nella nostra Diocesi ha segnato il suo papato?
Ritengo di sì appunto per la frequenza e l’intensità con cui coltivò il rapporto con i giovani quale parte fondamentale e integrante del popolo di Dio – insieme – in cammino.

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