I quotidiani - dal cattolico «L’Italia» al comunista «L’Unità» - raccontarono e documentarono l’arrivo del nuovo Arcivescovo con un interesse insolito per quei tempi

di Annamaria BRACCINI

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Che la nomina dell’Arcivescovo di Milano sia sempre stata questione della massima importanza per il governo universale della Chiesa, è cosa nota: che poi ogni singola elezione costituisca una vicenda a sé, capace spesso di delineare i caratteri distintivi di un’intera epoca ecclesiale e civile appare ancor più vero, specie considerando l’episcopato montiniano. Ed è proprio in un tale contesto che i giornali possono essere considerati uno strumento privilegiato di osservazione: quotidiani che, in gran parte fatti a Milano, ma diffusi in tutt’Italia, nell’incontro tra cronaca locale e risonanza nazionale hanno sempre svolto un ruolo centrale nello sviluppo della metropoli, del Paese e delle sue istituzioni, anche ecclesiastiche. Così, forse per la prima volta, la morte di un Arcivescovo, Schuster, con i suoi trionfali funerali, e l’elezione del successore Montini, divengono avvenimento giornalistico e mass-mediale, come diremmo oggi.

Infatti, se già il giorno delle esequie schusteriane i fogli più noti, ma soprattutto il Corriere della sera, pubblicarono ipotesi, più o meno fantasiose, sul nome del successore – tra quelli ritenuti più probabili, monsignor Carlo Confalonieri (segretario della Congregazione per i Seminari), il cardinale Ruffini (arcivescovo di Palermo), il milanese monsignor Perini (vescovo di Fermo) e monsignor Piazzi (vescovo di Bergamo) – ancora per molti giorni l’interrogativo rimase tale con una quantità di ipotesi (fino all’indicazione di Giovanni Colombo, che a sua volta succederà a Montini nel ’63) che pare ben descrivere un avvicendamento non certo di routine. Tuttavia, già inserito di fatto nella linea dei Pastori ambrosiani dalla notizia (pubblicata dal Corriere l’8 ottobre 1954) relativa a una lettera da lui firmata quale prosegretario di Stato e giunta a Schuster ventiquattr’ore ore prima della sua morte, ecco il futuro beato apparire infine, il 14 ottobre, Arcivescovo pressoché certo.

La nomina, pubblicata il 3 novembre (anche se Pio XII lo aveva eletto fin dal primo del mese), non coglierà dunque di sorpresa gli organi di stampa. Nelle pagine nazionali, come in quelle della cronaca milanese, la notizia assumerà un rilievo che, per spazio e approfondimento, stupisce ancora oggi. Ed è per lo meno singolare riconoscere nelle stesse ragioni di tanto entusiasmo, popolare e «giornalistico», quelli che diverranno, in effetti, i caratteri ispiratori di un intero episcopato. Ecco, allora, le definizioni di «Vescovo dei poveri», «Vescovo dei lavoratori», «Vescovo del futuro», che, ripetute, assumono ne L’Italia un rilievo del tutto particolare.

Il diffusissimo quotidiano cattolico, seguendo l’evento con scadenza giornaliera, sembra comprendere subito la sfida posta da e a Montini, come dimostra l’editoriale del direttore Pisoni, nell’edizione straordinaria del 3 novembre: «Lo attendono lavoratori e uomini di cultura, autorità e cittadini, i suoi fedeli e il suo clero, le opere e le iniziative innumeri che chiedono solo di essere le sue». Significativo il numero dei «pezzi» dedicati al nuovo Arcivescovo, in quello scorcio del 1954, anche dai giornali laici: 12 sul Corriere della sera – dal 4 novembre al 25 dicembre 1954 -, 9 su La Notte (di cui 7 in prima pagina), 9 sul Corriere d’Informazione, tra cui uno curioso, il 31 dicembre, con un titolo appunto da ultimo dell’anno – «Il Duomo in gala per il nuovo Arcivescovo» – nel quale, con accenti da cronaca mondana, si descrive la Cattedrale «in gran galà» per l’arrivo del Pastore.

Più seriamente, è semmai notevole leggere le notizie montiniane apparse sui giornali di partito, in un’epoca di contrapposizione frontale, specie su L’Avanti! socialista e L’Unità, rispettivamente con 4 e 3 articoli, compresi tra il novembre 1954 e il dicembre 1955. Sarà poi ancora L’Unità, nell’editoriale del 6 gennaio 1955, posto molto in evidenza e piuttosto sbilanciato rispetto all’ortodossia del Pci, a definire il senso di un’aspettativa chiara: «L’arrivo a Milano del nuovo Arcivescovo non è soltanto, nella vita moderna, un fatto religioso, ma altresì un fatto politico e sociale […]. Ecco perché ci auguriamo lealmente che monsignor Montini risponda affermativamente con le sue azioni alle nobili attese di quei cattolici, e sono la maggioranza, che nella collaborazione interna e nella distensione internazionale vedono la nuova strada sulla quale camminare». L’articolo era firmato da «Ulisse», lo pseudonimo dietro cui si celava il direttore Davide Lajolo.

Numerosissimi e dettagliati, alla ricerca di precedenti, novità, particolari, furono, d’altra parte, tutti gli articoli sull’arrivo in città. Non mancarono le tradizionali «ali di folla», «gli splendidi paramenti», «la solenne cerimonia», «il lungo e maestoso corteo dei Prelati», per un ingresso «trionfale», come titolò il Corriere, che aveva seguito l’evento con una serie di firme prestigiose.

Tante le immagini di quelle colonne, eppure, «l’immagine che meglio di tutte compendia, dell’evento grandioso, la semplicità del Pastore, il suo paterno affetto, il suo “essere di tutti”, è quella del suo viso battuto dalla pioggia, della sua mano battuta dalla pioggia, che a lungo, lenta e bianca benedice il popolo». Chi allora c’era, dice che fu proprio così: queste parole potrebbero essere di oggi. Erano invece di Orio Vergani, scritte il 7 gennaio 1955.

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