Nella Basilica di Sant’Ambrogio l’Arcivescovo portoghese, scrittore, poeta e teologo protagonista del secondo incontro del ciclo “Sapienza dell’umano. Quattro parole per ricominciare”, promosso dall’Arcidiocesi e da Vita e Pensiero

di Annamaria Braccini

Monsignor Mendonça: Basilica S. Ambrogio
L’arcivescovo portoghese José Tolentino de Mendonça

Mendicanti del desiderio, assetati di fede, cercatori dell’abbraccio di Dio. Il secondo appuntamento del Ciclo di 4 incontri promossi dalla Diocesi e dalla Casa Editrice “Vita e Pensiero”, per festeggiare i suoi 100 anni, ha il sapore di un viaggio, seppure breve, ma appassionato, nel profondo dell’anima. D’altra parte, il relatore della serata è un conoscitore, giustamente notissimo e apprezzato a livello mondiale, della condizione umana: l’arcivescovo portoghese José Tolentino de Mendonça, scrittore, poeta, teologo, predicatore degli Esercizi spirituali al Papa e alla Curia romana nella Quaresima 2018 e chiamato dallo stesso Pontefice a ricoprire i prestigiosi incarichi di Archivista e Bibliotecario presso la Biblioteca Apostolica Vaticana.

A dialogare con lui, nella Basilica di Sant’Ambrogio sul tema “Chi ha sete, venga. Elogio del desiderio” (a questo stesso tema sono stati dedicati gli Esercizi quaresimali), il teologo e docente della Diocesi di Lodi, don Cesare Pagazzi e lo scrittore Davide Rondoni. Gli “onori di casa”, presenti il vicario episcopale per l’Azione sociale, la Missione, la Carità e la Cultura, monsignor Luca Bressan, il vicario episcopale per la Zona pastorale I-Milano, don Carlo Azzimonti e l’abate emerito, monsignor Erminio De Scalzi, sono porti dall’abate di Sant’Ambrogio, monsignor Carlo Faccendini, che dice: «Chi è entra in questa Basilica si sente a casa». Ricordando la ricognizione – giunta quasi al termine – dei corpi dei santi Ambrogio, Gervasio e Protasio, l’Abate aggiunge: «Siamo piccoli uomini sulle spalle di giganti. Vorrei che anche l’incontro di questa sera fosse ciò che dà forza, gioia e solidità alla nostra fede». Un auspicio, questo, che si rinnova nelle parole di Aurelio Mottola, direttore di “Vita e Pensiero”. «In questo luogo, dove generazioni e generazioni sono nate alla vita in Gesù, ascoltiamo perché il nostro cristianesimo stanco torni alla vita». 

D’altra parte, è appunto questo l’obiettivo del Ciclo che, attraverso 4 parole-chiave dell’oggi, intende dimostrare la possibilità di “ricominciare” con un nuovo lessico dell’esistenza.   

Certamente «fermarsi 5 minuti per bere è normale», così come lo è la sete, ma è evidente che il richiamo indicato da monsignor Mendonça vada oltre, ricercando «il legame tra l’orizzonte spirituale e la vita».

«Se impermeabilizziamo l’esistenza, la vita vera si fossilizza e non la percepiamo più nei suoi sussurri e grida. Quanto più il terreno diventa spesso, tanto più la pioggia farà fatica a penetrare. Non dobbiamo avere paura della nostra secchezza. Ci diamo il tempo di misurare la nostra sete? Facciamo una scuola di vera conoscenza nostra è di Dio?».

La sete – ovviamente di Dio e dell’infinito – «è un dolore che si scopre dentro di noi». Dolore antico, lo definisce il relatore, «che temiamo possa indebolirci, così come la sete nella Bibbia è una dura esperienza che mette alla prova, secondo quanto si legge nel Libro di Giuditta durante l’assedio degli Assiri». Ma è proprio il riconoscere la nostra fragilità umana che ci permette di comprendere la necessità di avvicinarci a un sorgente di vita autentica. «Contro tante razionalizzazioni, siamo fatti di emozioni di sentimenti, perché è così che Dio ci guarda ed è per questo che corre ad abbracciarci. Parlare della sete è parlare dell’esistenza reale e non della fiction di noi stessi».

Se la sete è la metafora del desiderio e della mancanza, come si legge nel “Simposio” di Platone, la vocazione di chi ama è quella del questuante e il desiderio, mai soddisfatto a pieno, è un’aspirazione che ci trascende sempre. Non a caso, Simone Weil scriveva, “L’infinito di un desiderio è sempre un desiderio di infinito”.

«In verità, non è la sete che ci fa morire alla vita, ma è essa stessa a insegnarci che quando desistiamo dal desiderare progetti, sogni e preghiera, tutto ci suona come un dejà vu».

Da qui, la conclusione: «In questo senso, la sete descritta nel Salmo 41 diventa una preghiera. Forse noi cristiani dobbiamo valorizzare la forza della sete, più che codificazione nelle quali tutto è già previsto e garantito. Il credente è un mendicante: questo è il nostro posto. È il desiderio che ci fa andare oltre le nevrosi, i punti di vista assoluti, le sicurezze certe, ponendoci di fronte all’altro e alla sua alterità. L’io del desiderio cerca la luce dell’altro. Gesù viene incontro alla nostra storia nell’ incompletezza e nel fallimento, per dire: “Chi ha sete, venga e prenda”».

Si avvia, così, il dialogo con don Pagazzi che sottolinea: «Il bisogno è una tremenda forza cieca, un padre spirituale severissimo. Mi colpisce che Mendonça abbia parlato del desiderio attraverso il linguaggio carnale del bisogno. La prima distinzione tra il bene e il male attiene proprio al bisogno, che ci fa godere del bene del mondo, ma ci indica anche il limite dell’abbastanza. Se capissimo questo “abbastanza” – che è, appunto, ciò che ci è sufficiente, che ci basta per vivere –  avremo risolto tutti i mali del mondo. Il bisogno è severo perché, se non ne abbiamo mai abbastanza e andiamo oltre il limite, si vendica, magari con i drammi che tutti conosciamo».

Chiara la riposta del relatore: «La spiritualità non è una morale o un’astrazione, ma è aprire gli occhi e gli orecchi e sentire il profumo della vita. Questa riscoperta della mistica del quotiamo credo che sia importante e urgente oggi, perché ci manca una visione integrale. È una sfida».

Rondoni, da parte sua, osserva: «Di sete si può morire, ci si può perdere. Noi siamo una società che del desiderio ha fatto un mantra, divorandone tutte le forme. Forse, oltre la sete, bisogna ricordare l’acqua: l’amore che non basta mai. Tante volte siamo un popolo sonnambulo, senza sentirci mai veramente colpiti dalla ricerca e dal mistero».

Come a dire: laddove riconosciamo l’esperienza religiosa e umana come universali, possiamo trovare un elemento di comunione, così come la sete è sentita da tutti, ma è solo l’incontro con Cristo della Samaritana – paradigma di ogni incontro di noi umani assetati dell’acqua di vita eterna -, quello che cambia davvero le cose.

 

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