Il grato ricordo di chi per anni ha collaborato con Nicora da presidente diocesano dell'Azione cattolica, tra gli "amori" del cardinale scomparso. La lezione di Lazzati

di Franco MONACO

Attilio Nicora
Il cardinale Attilio Nicora

Sento il bisogno di fissare un grato ricordo personale del cardinale Nicora. Negli anni delle sue alte responsabilità romane l’ho perso di vista. Anche se avevo notizie di lui da amici comuni.
Ho invece un ricordo vivo del suo ministero a Milano. Quando, dopo il rettorato dei seminari, fu vescovo ausiliare con delega al laicato, prima con Colombo e poi con Martini. Come è noto, Nicora era uomo severo, che incuteva soggezione. Certo, non era espansivo. Eppure, chi fosse riuscito a varcare oltre la soglia del suo austero riserbo, poteva rinvenire una sua insospettabile sensibilità. Due soli ricordi. Primo: quando confidava, con ironia, i due suoi amori un po’ frustrati (così diceva): quello per l’Azione cattolica e quello per la Dc. Per il secondo non so. Circa il primo si sbagliava, ma penso lo sapesse. Lo posso testimoniare per gli anni della mia presidenza diocesana dell’Ac. Da vescovo incaricato egli era certo severo; talvolta, quando ci prendevamo qualche libertà, magari ci sferzava e ci ammoniva. Ma come poteva fare un padre, quelli di una volta. Sapevamo, noi e lui, che ci voleva bene, che era esigente appunto perché ci stimava e coltivava attese alte su di noi. Anche nei suoi ultimi anni romani, qualche volta, da amici comuni ancora in contatto con lui, mi faceva giungere un suo commento e persino qualche sobrio apprezzamento per qualche mio piccolo scritto. In lui, che pure fu richiesto di dedicarsi alla alta “politica ecclesiastica”, tuttavia vivevano visibili tracce della lezione di Giuseppe Lazzati: il valore della secolarità, l’apprezzamento per la missione dei laici cristiani, una malcelata passione per la politica quale arte della edificazione della “città dell’uomo”. Una lezione che si rinviene in uno dei più bei documenti della Cei, “La Chiesa italiana e le prospettive del Paese” del 1981, che, non è un mistero, si deve per buona parte a Nicora. Del resto, Lazzati mi rivelò di avere avuto una parte nell’indirizzare Nicora al sacerdozio, dopo che egli, in un primo tempo, si era accostato all’istituto secolare dei “Milites Christi” fondato appunto da Lazzati. Di quella spiritualità un po’ militare, nel senso più alto e apostolico del termine, egli conservava traccia. Rammento anche che, profittando della mia familiarità con il professore, mi prendevo la libertà di provocarlo con la seguente domanda: come fosse possibile che il suo ex “allievo” Nicora tanto si dedicasse con passione a materia quale il Concordato, per la quale Lazzati era a dir poco tiepido. Amabilmente, ma senza più di tanto convincermi circa una qualche antinomia tra secolarità lazzatiana e Concordato, il rettore della Cattolica mi rinviava alla formazione/cultura giuridica di Nicora, laureatosi con un maestro del diritto canonico ed ecclesiastico come Orio Giacchi.
Il secondo ricordo risale al tempo breve del suo episcopato a Verona. Fui un po’ sorpreso e onorato quando egli mi chiamò a parlare dei laici alla grande assemblea dei suoi sacerdoti. Ma soprattutto, di quel giorno, rammento la sua amabile ospitalità nell’episcopio veronese, la suggestiva vista sull’Adige, che egli mi mostrava quasi con accenti lirici. Come del resto faceva, a Milano, dal suo appartamento con vista ravvicinata sulle guglie del Duomo.
Ricordi minori, i miei, ma evocati nel segno della gratitudine e, se è lecito, dell’affetto a un sacerdote, a un vescovo, a un uomo che, azzardo, per amore della Chiesa, ha dedicato la vita ai profili istituzionali di essa, pure necessari, e che tuttavia lo hanno costretto a sacrificare in qualche misura dimensioni umane, culturali e pastorali che avrebbe potuto sprigionare.
Anche questa una forma di evangelica povertà, che evidentemente si può testimoniare anche nelle logge vaticane. Di nuovo un indizio di quella spiritualità militare: obbedienza e disciplina nel tenere la posizione richiesta, con sacrificio di sé. Senza mai disertare.

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