Il racconto di un «fidei donum» ambrosiano al servizio di un Paese da ricostruire dopo la guerra civile

di Flavio COLOMBO
Fidei donum in Burundi

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L'équipe pastorale al lavoro

Sono tornato in Burundi nel 2008 dopo i primi 15 anni conclusisi nel 1990 e i successivi 18 anni vissuti in parrocchia in periferia di Milano: tempi diversi che si sono arricchiti e perfezionati a vicenda a riprova di quanto la vita differente delle varie Chiese e della popolazione sia una benedizione per chi la vive.

Sono rientrato in un Paese segnato da dieci anni di guerra civile che ha spazzato via tutto un tessuto di tradizioni e relazioni che avevo conosciuto e apprezzato nel primo periodo e che donavano uno stile di vita e relazioni ricche di profonda umanità: la guerra non uccide solo le persone, ma tutto un tessuto umano e rovina per sempre il futuro. Sono entrato in una grande parrocchia per collaborare con un altro fidei donum di Ivrea e un prete burundese, una comunità italiana di suore italiane e africane, e una di suore invece tutta burundese nel desiderio di poter condividere i nostri vissuti diversi e costruire una comunione tra le nostre Chiese.

Infatti non è più il bisogno di personale quello che segna la Chiesa del Burundi, ma il bisogno di condividere esperienze diverse, tra una Chiesa che vive ancora di numeri imponenti (900 Battesimi a Pasqua, un migliaio di Cresime), e così tentata di accontentarsi di una pastorale di massa, e la nostra Chiesa, non più dei grandi numeri, spinta ad andare forse più all’essenziale del Vangelo e alla coscienza delle persone.

La guerra ha fatto sparire la speranza e il sorriso sul volto delle persone, soprattutto dei giovani, e la ricerca del proprio interesse/bene personale segna la vita di ogni giorno: la sfida è ridare speranza, speranza fino a credere che grazie a Cristo l’amore può vincere il male che si è annidato nei cuori. La sfida non è facile e gli strumenti pochi per giungere ai cuori di una moltitudine: nelle succursali (le Chiese secondarie in cui è divisa la parrocchia) cerchiamo di moltiplicare gli incontri di condivisione sulla Parola nella speranza che questa conoscenza del Vangelo possa diffondersi nelle piccole comunità di base e che la scoperta di essere amati dal Padre ricostruisca relazioni nuove.

Purtroppo la situazione politica ed economica del Paese non contribuisce per nulla a una distensione degli animi e a un vero progresso: il sospetto e la corruzione imperano. La situazione economica e politica si degrada sempre più. Di fronte a numeri (che qualche parroco italiano ci invidierà) uno strumento che ci permette di avvicinare personalmente i fedeli è la confessione, qui molto amata. Sono numeri esorbitanti, centinaia al giorno nei periodi quaresimali, ma essa permette di avere un contatto personale e offrire una parola adeguata alle singole persone e alle diverse situazioni entrando così nella loro vita. Anche il costruire e moltiplicare le scuole (oltre varie scuole primarie abbiamo realizzato una scuola professionale) diventa uno strumento per aiutare questo Paese (di cui il 50% ha meno di 18 anni) a scuotersi di dosso una chiusura che preclude ogni progresso umano ed economico. Questo insieme anche ad attività di sviluppo sociale (soprattutto sotto forma di cooperative e consorzi) che sblocchino situazioni economiche di pura sussistenza. Sono attività gestite in collaborazione con un organismo di volontariato che con la presenza di laici completa una immagine di Chiesa italiana che vuole essere al servizio di una umanità che ha bisogno di sentire condivise le sue fatiche e difficoltà. La presenza in comunità di una dottoressa, che lavora al centro di sanità, ci permette poi di non dimenticare le sofferenze fisiche di questi fratelli che la vita di ogni giorno impone loro.

La speranza, la fraternità, il rispetto reciproco, soprattutto tra gli sposi, hanno bisogno di ritrovare spazio in questo Paese e lasciandolo dopo i 12 anni del mio mandato desidero augurargli, come dice papa Francesco, di non lasciarsi rubare la speranza.

 

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