Duomo pieno per la Veglia presieduta dal cardinale Scola: «Non esistono i lontani, ogni domanda di ogni uomo deve essere la nostra domanda»

di Filippo MAGNI

veglia missionaria

“I missionari che partono hanno scelto con dedizione e libertà di rispondere al bisogno di tanti fratelli nel mondo che sono nella miseria, esposti alla morte anche da piccolissimi. La loro scelta di partire è adesione allo stile di Gesù che si dona completamente e si mette in gioco in prima persona”.
Lo afferma il cardinale Angelo Scola durante la veglia missionaria che sabato 26 ha riempito di fedeli il Duomo di Milano.
L’Arcivescovo si riferisce ai 23 tra fidei donum, sacerdoti, suore e laici che ha davanti agli occhi a cui consegnerà, poco dopo, il crocifisso. Impartendo loro la benedizione prima che partano per la missione. Ma le parole di Scola sono rivolte a tutti gli altri fedeli. A quelli che restano.
La veglia è infatti una grande catechesi per chi sarà chiamato nelle comunità parrocchiali a “partire senza partire”, aggiunge il cardinale. È il grande insegnamento della missione, spiega: “La condizione in cui l’uomo vive una relazione nella verità e nella larghezza di orizzonte. Senza la quale non si può vivere il presente e pensare il futuro”. Consapevoli che “non esistono i lontani”, ma che “ogni domanda di ogni uomo deve essere la mia domanda, la nostra domanda”.
I 23 partenti sono seduti nelle prime panche proprio perché il loro esempio sia “il fattore del cambiamento che rimetta in moto lo slancio missionario in ogni fedele”, auspica Scola.
Un richiamo all’impegno personale che è echeggiato nelle parole dell’arcivescovo già all’inizio della veglia, rispondendo alle domande provenienti dalle 7 zone pastorali e da Huacho, Peru, dove operano fidei donum milanesi. “Le nostre comunità – è convinto l’Arcivescovo – crescono se ragioniamo a partire dal sé. Il difetto del cristianesimo attuale è mettere tra parentesi il soggetto”. E invece è necessario “che ciascuno ci giochi la faccia: chi la nasconde non dà un contributo”. Quindi il primo livello di risposta a ogni critica è chiedersi “io dove sono?”.
Anche chiedendoci, aggiunge il cardinale, “come stiamo rispettando la destinazione universale dei beni che è principio della Chiesa. Pur nella libertà di decidere dove e come operare questo valore”.
Nello stile protagonista dei missionari, prosegue l’arcivescovo, “il cui punto di partenza non può essere un moralismo. Non partono semplicemente per un dovere”. Piuttosto “la missione – chiarisce – scaturisce dalla gratitudine per il dono della fede. O almeno da una passione per l’umano che gratuitamente abbiamo ricevuto”. Perché la Chiesa non è un’organizzazione, “ma un’esperienza di verità, bontà, bellezza che si riceve con il dono della fede che si vive dentro una compagnia”. Nella quale si impara a “comunicare ciò che si è”.
Da Huacho una giovane peruviana chiede come può aumentare l’impegno dei laici nelle comunità parrocchiali. “Il clericalismo di cui soffriamo, preti e laici – risponde Scola -, per coltivarsi e per resistere ha bisogno di comunità chiuse. Se al contrario fioriscono verso l’apertura, ciò non accade. Prendete, prendiamo coraggio in questa direzione”.
E come, si chiede ancora, trasferire nella pastorale ordinaria lo slancio missionario, il desiderio di cambiamento? “Guardando a chi abbiamo di fronte, a chi è partito”, risponde l’Arcivescovo. “Non dobbiamo pensare tutto il giorno al missionario – prosegue -, ma deve essere un segno nella nostra vita cristiana. Trasformiamo questo desiderio in domanda umile al Signore. Affinché ci renda consapevoli che lo spalancarsi ad annunciare Gesù, condividendo tutto l’umano, è una condizione per la riuscita, cioè la santità, della nostra persona”.
La conclusione della veglia, tra canti in diverse lingue intonati da ben 3 cori riuniti per l’occasione, è una festa di saluto per chi domani sarà in una terra lontana e per chi invece rientra nella propria casa.
A tutti è data la possibilità di un gesto concreto e immediato per chi, come ha ricordato Scola, “è esposto alla morte fin da piccolissimo”. Cioè i bimbi di Chirundu che lo stesso arcivescovo incontrerà il prossimo luglio recandosi in Zambia, nella parrocchia dove i sacerdoti fidei donum ambrosiani operano fin dal 1961. All’uscita dal Duomo infatti le cartoline distribuite ai presenti ricordano che in molti luoghi del mondo “Per vivere non basta nascere”. E per contribuire non serve essere stati presenti alla veglia: basta visitare il sito internet www.unsognopercrescere.it e trovare la descrizione del progetto con tutte le modalità per fare la propria parte.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi