Nel 2020 in venti, tra sacerdoti, laici e consacrati, hanno pagato con la vita il servizio reso agli altri: tra loro gli italiani don Roberto Malgesini e fratel Leonardo Grasso. Alle 20.30 Veglia presieduta dall'Arcivescovo in San Protaso a Milano (diretta tv e web)

di don Maurizio ZAGO
Responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale missionaria

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«Dopo aver incontrato la figura di madre Teresa, l’ha conosciuta a fondo, se ne è innamorato e ha capito che la sua strada era proprio quella di mettersi al servizio del bisogno degli altri… Un uomo attento ai bisogni degli uomini, un uomo di Dio che trovava nella preghiera . che viveva al mattino presto, quando preparava le colazioni per i suoi amici – il momento che gli desse la forza di portare poi agli altri Gesù». Queste alcune parole con cui un confratello ha descritto don Roberto Malgesini, sacerdote della diocesi di Como, ucciso il 15 settembre 2020 alle 8 da Ridah, uno dei suoi assistiti, mentre si preparava a caricare l’auto con le colazioni del giorno.

«A qualsiasi età si può cambiare»: con queste semplici parole fratel Leonardo Grasso concludeva una breve intervista a Uno Mattina Estate nel 2014: cambiare, da pensare a se stessi a pensare agli altri. Anche lui, il 5 dicembre 2020, ha perso la vita a causa di un furto e incendio doloso appiccato alla sede della “Tenda di San Camillo”, una comunità di recupero per tossicodipendenti da lui diretta a Catania. Il responsabile era un ospite della struttura.

Tra i 20 martiri missionari uccisi nel 2020, don Roberto e fratel Leonardo sono i due uccisi in Italia. La loro memoria verrà celebrata nella Giornata dei martiri missionari, mercoledì 24 marzo (promossa dalla Fondazione Missio e in particolare dalla sua branca denominata Missio Giovani), che prese le mosse dall’uccisione nel 1980 del vescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero. “Vite intrecciate” le loro, anche con chi li ha poi uccisi.

Insieme ai due consacrati italiani completano il gruppo dei martiri altri 7 sacerdoti, 3 religiose, 4 laici, 2 seminaristi e due sorelline di 10 e 12 anni della Pontificia Opera dell’Infanzia e Adolescenza Missionaria, uccise in Nicaragua, vittime della violenza che ancora impera in molte aree del mondo. Storie diverse accumunate da un tratto: essere coinvolti attivamente nella vita pastorale delle loro comunità e aver pagato con la vita il loro servizio reso agli altri.

Perché una veglia di preghiera e una giornata in loro memoria? Non certo per alimentare un sentimento di sconfitta, di delusione o di rabbia: piuttosto per entrare in quel mistero di vita nuova che la Comunione dei Santi ci invita a rendere sempre più vera. Questi nostri fratelli, queste nostre sorelle non sono morti, ma vivi e partecipi della vittoria di Gesù Risorto: «Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). Entrare nell’orizzonte della vita nuova che il Vangelo di Gesù addita ci fa gioire della loro testimonianza, ci sprona – come è avvenuto per loro – a non temere avversità o fatiche o pericoli affrontati nel nome di Gesù, il loro ricordo ci invita a uscire da quella pigrizia spirituale che ci rende insensibili alle condizioni di vita di molti fratelli e sorelle in umanità. È una occasione di grazia in cui richiamare alla memoria la beatitudine che senz’altro ha ispirato la loro esistenza: «Beati gli affamati e gli assetati di giustizia, perché saranno saziati». E la preghiera ci apre al dono dello Spirito che ci invita a non temere se dovremo «comparire davanti a sinedri, governatori e re a causa» di Gesù (Mc 13,9).

 

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