La Cei chiama tutti al raccoglimento per quanti perdono la vita nel Mar Mediterraneo. Del Zanna (Sant’Egidio): «Un invito a non essere indifferenti di fronte a una tragedia che non è più un’emergenza, ma un dato storico strutturale»

di Luisa BOVE

migranti

Nel giorno in cui la Chiesa festeggia San Benedetto, patrono d’Europa (11 luglio), la presidenza della Cei invita tutte le comunità ecclesiali a pregare per i migranti e in particolare per quanti hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo nella speranza di raggiungere il nostro Paese per un futuro migliore. «Lo stesso papa Francesco, nella sua enciclica Fratelli tutti, insiste sul fatto che con la preghiera diciamo di appartenere tutti alla stessa umanità – commenta Giorgio Del Zanna della Comunità di Sant’Egidio e docente di Storia contemporanea alla Cattolica -. La preghiera invita a non essere indifferenti a quello che sta avvenendo nel Mediterraneo, il più grande cimitero d’Europa».

Pregare è un modo per non voltarsi più dall’altra parte…
Dalla non indifferenza nascono sentimenti ed energie per trovare risposte a quella che è una sfida epocale e per cui nessuno ha soluzioni a portata di mano. La compassione verso le vittime rompe quell’ipocrisia di non voler vedere che c’è una grande domanda di tanti uomini e donne, di un mondo che soffre, di un mondo che cerca futuro, di un mondo di giovani, perché sono soprattutto i giovani a scappare dai loro Paesi.

Dobbiamo anche convincerci che non è un’emergenza…
Esatto. Non è un’emergenza, ma un dato storico. Papa Francesco ha molto chiara una lettura della globalizzazione, noi invece continuiamo da europei a guardarci in modo egocentrico. Quando il Papa invita a guardare la realtà dalla periferia, invita ad avere uno sguardo sul mondo più largo, complessivo. Uno dei volti della globalizzazione è l’immigrazione, un fenomeno che peraltro riguarda parzialmente l’Europa, perché la grande migrazione avviene altrove. Quindi pensare che tutti i migranti arrivino in Europa è una falsità. La migrazione è un dato strutturale. Se poi pensiamo a quanti nostri giovani si spostano, girano, vanno all’estero a studiare, a quanti italiani vivono in altri Paesi… se è vero per noi, è vero anche per loro. Per tutti.

Chi viene qui lo fa per trovare una vita migliore, un lavoro, per costruirsi un futuro, proprio come i nostri giovani…
Non solo. Oggi l’Europa è guardata come una terra di diritti, democrazia, giustizia sociale, pace. E questo dice cosa rappresenta l’Europa nel mondo. Anche noi cristiani europei dobbiamo avere chiara la consapevolezza che tutto questo va speso nel mondo, perché l’Europa ha da dire e da dare qualcosa, non è solo un continente in crisi, come a volte si pensa.

Oltre alla compassione per i morti in mare, un pensiero va anche alle famiglie che non vedono più tornare i loro cari e neppure possono seppellirli…
Questa è una grande tragedia che si porta dietro una serie di problemi enormi: pensiamo anche solo ai bambini che restano orfani, giuridicamente non c’è un atto ufficiale che decreti la morte dei genitori. Inoltre molti parenti non hanno certezze sul destino dei loro cari e neppure i corpi da seppellire. È una grande tragedia umana di fronte a cui non dobbiamo chiudere gli occhi. C’è da lavorare tanto. Il discorso dei corridoi umanitari sta entrando nel dibattito pubblico, seppure sia nato in modo informale e in piccolo; ora però sta diventando una risposta possibile, una via che permette di gestire un fenomeno complesso.

Torniamo alla preghiera. Come Comunità di Sant’Egidio create occasioni di preghiera per le persone più svantaggiate e situazioni di marginalità…
La Comunità già organizza «Morire di speranza», ricordando i nomi e le storie di chi perde la vita nei viaggi verso l’Europa. Credo che il valore di pregare tutti per ricordare abbia un grande significato. Intanto dice che le vite valgono e non vanno perdute, nessuna, neppure quella della persona più povera. Nella preghiera nessuno è dimenticato. Nella memoria attraverso la preghiera si crea quel legame che è la forza delle comunità. Noi creiamo legami anche facendo memoria. Lo dico perché viviamo in società che stanno perdendo la memoria, anche quella storica. Invece ricordare le persone e i nomi (quando ci sono) dei poveri, di chi perde la vita, dei migranti, consente di rafforzare questi legami che poi costruiscono la comunità e la società, che altrimenti si perderebbe. Senza memoria siamo tutti più deboli.

 

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