Redazione

Sono entusiste le reazioni di alcuni immigrati di lungo corso al discorso del cardinale Tettamanzi in occasione del convegno “Costruire la città: il ruolo dei migranti”. La voce di tre famiglie, con ragazzi che sono milanesi a tutti gli effetti, ansiose di andare al di là del lavoro, contribuendo anche alla vita sociale della città.

di Stefania Cecchetti

L’Arcivescovo di Milano parla di diritti civili, come il voto amministrativo, e loro rispondono entusiasti. Le reazioni di alcuni migranti alle parole pronunciate da Tettamanzi in occasione del convegno “Costruire la città: il ruolo dei migranti” sono di grande soddisfazione.

Medy Bondoc, medico nelle Filippine, lavora come sacrestano a Milano da 15 anni, dove vive con la sua famiglia. Si trova bene qui, a soprattutto sente di essere una risorsa per la città: «Faccio il sacrestano, cerco di portare un po’ della fede del mio Paese, l’unico stato cattolico dell’Asia, in questa Milano che a volte sembra averla persa. Soprattutto, noi filippini siamo portati per la cura a bambini e anziani. Nel nostro Paese i vecchi non conoscono la casa di riposo, perché rimangono in casa con noi». Ecco perché Medy è rimasto commosso dalle parole del cardinal Tettamanzi: «L’Arcivescovo mi ha toccato il cuore quando ha detto che noi migranti siamo i suoi figli. Abbiamo bisogno di sentirci dire questo, soprattutto se a farlo è una personalità così importante per la città». Quanto alle aperture del cardinale sui diritti civili, secondo Medy «partecipare alla vita sociale è importante, soprattutto per i nostri figli, che rischiano di sentirsi stranieri anche se sono nati qui».

La preoccupazione per il futuro dei figli è condivisa anche da Luis Gomez, che dal 1993 si è trasferito dal Perù a Milano, dove vive con la sua famiglia: «Quando si parla di migranti si parla solo di doveri, mai di diritti. Eppure mio figlio di sette anni è nato qui, è un milanese a tutti gli effetti, perché deve aspettare fino ai 18 anni per essere cittadino italiano?». E ancora: «Il discorso di Tettamanzi èstato bellissimo, perché ha parlato in modo realistico di integrazione. È un processo ancora lungo, ma il nostro obiettivo è riuscire non solo a lavorare in questa città per noi stessi, ma anche a fare qualcosa per migliorarla. Abbiamo tante cose belle da dare, provenienti dalla nostra cultura peruviana, che possiamo offrire alla città, a patto di mantenere vive le nostre tradizioni. Cosa non sempre facile, soprattutto con i nostri figli, ma questa è la strada della vera integrazione». La prospettiva di contribuire alla costruzione della città chiama in causa concetti come responsabilità e formazione: «Qualcuno di noi sarà più preparato, altri meno – continua Luis -. Ma come possiamo pensare di prepararci se non ne abbiamo la possibilità? La Pastorale dei migranti, per esempio, ha organizzato dei corsi sulla costituzione italiana, su come funziona la giustizia in questo Paese. Ma il compito della formazione non può ricadere solo sulla Chiesa, è giusto che anche le istituzioni se ne facciano carico».

Èquello che pensa anche Carmen Sanchez Huarez, peruviana, sposata da quasi 30 anni dei quali 15 passati a Milano: «Vogliamo sentirci parte della città facendo qualcosa di più per lavorare. Come paghiamo le tasse, così dovremmo avere il diritto di esprimerci anche politicamente, per noi ma soprattutto per i nostri figli, che spesso sono nati qui e sono italiani a tutti gli effetti. C’è tanta gente che ha alle spalle un percorso politico nei propri Paesi e che ha voglia di imparare com’è la vita sociale qui, di dare il proprio contributo alla città». E non si tratta, secondo Carmen, solo di partecipazione politica, ma anche di volontariato e dintorni. Un esempio? «Insieme in collaborazione con la cooperativa Comin ci stiamo organizzando per creare un’associazione di famiglie di migranti disponibili all’affido».

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