Redazione

In quasi tutto il mondo il microcredito parla al femminile. Lo sa bene anche Pangea onlus, una realtà del no profit italiano che promuove progetti di sviluppo nel Sud del mondo e che ha come target privilegiato le donne. «Perché – come dice il presidente Luca Lopresti – è su di loro che la società fa affidamento per riprendersi dopo una guerra, una carestia o un terremoto».

di Stefania Cecchetti

La donne come target, i territori difficili come luogo di azione. Non a caso il motto della Fondazione Pangea onlus è “La vita riparte da una donna”. Spiega il presidente Luca Lopresti: «Il nostro specifico è agire quando la fase acuta dell’emergenza è passata. È naturale che una guerra, una carestia, un terremoto, richiedano interventi immediati e spesso l’attenzione dell’opinione pubblica porta molti aiuti. Ma è proprio quando l’interesse dei media scema che bisogna ricostruire. Come? Promuovendo lo sviluppo locale attraverso programmi di educazione e assistenza e soprattutto incoraggiando l’imprenditorialità tramite lo strumento del microcredito».

E questo è più facile se si parte da una donna, come insegna la Grameen bank, che su cento finanziamenti ne concede 94 a donne. Un’esperienza condivisa anche da Pangea, come spiega ancora Lopresti: «Non si sa bene dove la trovino, ma le donne riescono sempre a tirare fuori un’energia incredibile nelle situazioni più disperate e alla fine si rivelano davvero il motore della rinascita. Abbiamo visto che, invece, gli uomini, in contesti analoghi, si scoraggiano, a volte fino a cadere nell’alcolismo e nella tossicodipendenza. Eppure le donne nelle situazioni di emergenza sono vittime di violazioni e abusi. Ma forse, come dicono anche molte di loro, trovano le energie proprio perché non hanno niente da perdere».

A di là di queste considerazioni generali, investire su una donna è proficuo anzitutto dal punto di vista economico: «Nel Sud del mondo le donne sono quasi sempre madri di molti figli: investendo su di una sola persona si ottengono benefici per una famiglia molto numerosa». La cosa fondamentale è che non si tratta di fare elemosina, che ferirebbe l’orgoglio delle madri, ma di sostenere una imprenditorialità al femminile che faccia di queste mamme donne orgogliose di mantenere i figli col proprio lavoro.

Nei centri donna di Pangea si fa assistenza sanitaria, educazione sessuale, scolarizzazione di base, ma soprattutto microcredito, esattamente nei modi e nelle forme “inventate” da Yunus con la Grameen bank. Con la differenza che la Grameen è oggi una delle maggiori banche del Bangladesh, mentre le dimensioni ridotte di Pangea le consentono di avere criteri ancora meno rigidi, come spiega ancora Lopresti: «Se il microcredito, come dice un gioco di parole, dà credito a chi non riceve credito dagli istituti di credito, allora potremmo dire che Pangea dà credito anche a chi non riceve credito dal microcredito».

Un esempio? Il caso dell’Afghanistan, dove Pangea ha avviato un progetto sulle vedove, una categoria sociale che in quel paese conta meno di zero, spesso esclusa anche dai circuiti della solidarietà internazionale. «Siamo stati in assoluto i primi a scommettere su di loro», dice soddisfatto Lopresti, ricordando anche un certo scetticismo da parte di altre organizzazioni del mondo no profit: «Quasi ci ridevano dietro. Poi molti ci hanno imitato. Per fortuna dell’Afghanistan».

Basta poco per affrancarsi dalla povertà, un prestito di 150-200 euro, per avviare una piccola attività, restituibile in circa un anno di tempo. Il tasso di insolvenza denunciato da Pangea è bassissimo: solo il 2 per cento.

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