Pastore emerito di Lodi, già ausiliare e vicario a Milano: «Formazione, testimonianza, responsabilità e sinodalità, queste le urgenze della Chiesa oggi»

di Annamaria BRACCINI

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Nel giorno esatto del suo XXV di episcopato (4 novembre), monsignor Giuseppe Merisi ha presieduto in Duomo il Pontificale nella Solennità di San Carlo Borromeo, indicando nell’omelia alcuni suggerimenti per chi guida le diverse articolazioni della Chiesa. Un tema particolarmente caro al Vescovo emerito di Lodi e già ausiliare di Milano, classe 1938, sacerdote ambrosiano dal 1971.

Quali sono le urgenze maggiori della Chiesa in questo momento?
Farei tre osservazioni. Anzitutto, si tratta di dare sempre maggiore importanza alla formazione e alla preparazione. Abbiamo l’esempio di San Carlo, testimoniato anche da suo cugino, il cardinale Federigo, anch’egli Arcivescovo di Milano. Occorre pensare prospettive e impegno sul lavoro di formazione per i preti, per i laici, per i religiosi, per le forme di nuova consacrazione. Credo che si possa fare questo istituendo o potenziando i luoghi – come Seminari, le Scuole di teologia, di Sacra scrittura, di storia della Chiesa, gli ambiti di preghiera e dell’associazionismo laicale – con l’impegno a dotarli di spazi di ascolto e di adeguati formatori e direttori spirituali.

Inoltre?
La seconda osservazione riguarda due ambiti distinti in partenza, ma che vanno tenuti insieme nel cammino quotidiano: da un lato vi è la testimonianza personale, della comunità e di ciascun credente; dall’altro l’impegno per la guida della comunità. Il terzo orientamento riguarda il tema della sinodalità. Uso questo termine non a caso, perché indica la capacità di ascoltarsi, la possibilità di dialogare in vista di scelte e decisioni sulla responsabilità e sulla testimonianza. E tutto questo naturalmente, – come ho detto in Duomo -, a partire dal rispetto per le norme che ogni Diocesi e tutta la Chiesa mettono a disposizione.

In questi 25 anni, quali, secondo lei, i mutamenti più significativi nella Chiesa?
Nell’ultimo quarto di secolo è cambiato il mondo e, quindi, è nata una maggiore attenzione nella Chiesa – peraltro, sempre attenta – ai cambiamenti nella vita sociale, del quadro politico e nel rapporto fra le istituzioni. Il secondo aspetto, conseguente al primo, è che anche il rapporto Chiesa-Stato e tra comunità ecclesiali e istituzioni civili è cambiato, con nuove prospettive in Italia, in Europa e nel mondo intero. Terzo, è il mutamento nella vita ecclesiale, anche se mi è più difficile definirlo, perché talora si ha la sensazione di una maggiore disponibilità al dialogo vicendevole nelle parrocchie, nei vicariati, nelle diocesi. Altre volte, tuttavia, si vede che occorre continuare a orientare e a insistere su tale capacità di camminare insieme, con la partecipazione di tutti, nel rispetto dell’autorità legittima. Ritengo anche che vi sia l’esigenza di riflettere e approfondire: vedo molte parrocchie impegnate e in qualche modo protagoniste, ma bisogna ancora riflettere perché la comunità ecclesiale si senta orientata a camminare insieme nella direzione che il Vangelo e la tradizione della Chiesa ci indicano.

Qual è il ricordo di questo venticinquennio?
I ricordi sono tanti. Uno riguarda gli incontri che ho avuto con i Sommi Pontefici, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Li ricordo volentieri come momenti significativi per la semplicità, la serenità, l’autorevolezza, la testimonianza che mi hanno offerto. C’è poi un ricordo di tutt’altra natura, legato a ai tempi della Caritas: indimenticabili i giorni a Lampedusa, per esempio, con tutti i problemi di allora che sono quelli anche di oggi.

Lei è un figlio di questa Chiesa: qual è, secondo lei, il segno peculiare dell’identità che definisce il prete ambrosiano?
Anche qui sottolineo due punti-cardine: la centralità di Milano, dell’Arcivescovo, del Duomo, del cammino della comunità ecclesiale ambrosiana. Si riesce a tenere insieme il riferimento locale con quello globale – per usare un termine di oggi, la Chiesa “dalle Genti” – proprio perché si parte da una tradizione, da una presenza, da una conoscenza che i fedeli hanno di una storia molto significativa, che ha segnato e segna in profondità le nostre terre. L’altro, è il ruolo che, nel corso della storia della comunità ecclesiale, ha avuto il laicato aggregato, sempre in un riferimento corretto ai Pastori. È un ricordo di Milano, ma anche di Lodi e di tutta la Chiesa italiana. 

Viviamo giorni difficilissimi, qual è il suo messaggio di speranza?
Lo indirizzerei, in specie, ai giovani. Nonostante i cambiamenti strutturali e i momenti difficili che stiamo vivendo, mi pare che la pastorale giovanile, l’oratorio con la catechesi dell’iniziazione cristiana e le associazioni giovanili, siano elementi che fanno guardare al futuro con speranza.

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