Il Vescovo, sacerdote ambrosiano, ha da poco lasciato il governo pastorale della Diocesi di Lodi. «Una costante ha segnato i diversi ministeri che ho svolto, ed è la fraternità»

di Annamaria BRACCINI

Monsignor Giuseppe Merisi

«Sono molto riconoscente al Signore per il ministero che ho potuto svolgere nella Diocesi di Lodi, al servizio della gente, della fede e della carità». Monsignor Giuseppe Merisi, classe 1938, sacerdote ambrosiano dal 1971, vescovo della Chiesa di San Bassiano per nove anni dal 2005 al 26 ottobre scorso, sintetizza così la sua esperienza. E ora che, per raggiunti limiti di età, ha lasciato la sede episcopale di Lodi passando il Pastorale al successore monsignor Maurizio Malvestiti e tornando vicino alla nativa Treviglio, presso il Santuario della Madonna dei Campi di Stezzano, dice: «Gli anni a Lodi, ma anche i molti trascorsi al servizio della Diocesi di Milano, suscitano un ricordo grato e, insieme, un incoraggiamento a proseguire la mia vita nella preghiera e nella carità. Penso ai grandi doni che ho potuto ricevere in questi anni: la centralità dell’Eucaristia, il rapporto con i fedeli di due Chiese antiche e radicate nel territorio, la possibilità di tradurre la proposta di fede nella carità e nella solidarietà».

Lei è stato presidente di Caritas Italiana e nella nostra Diocesi, dove si è formato, ha ricoperto incarichi di importanza decisionale quale assistente diocesano di Azione Cattolica, Vicario episcopale della Zona pastorale di Lecco, Provicario generale, Moderator Curiae. Come ha coniugato i diversi momenti e le responsabilità della sua missione presbiterale? 
Direi che una costante che attraversa e segna ogni differente ruolo che ho svolto è la fraternità. Ho sempre potuto sperimentare sia con i confratelli preti e Vescovi, sia con i laici impegnati nelle associazioni e nei movimenti, nella catechesi, nella famiglia, un’accoglienza grande, che ho interpretato con un atteggiamento di paternità episcopale, ma anche con amicizia, tanto che il mio motto recita «Vos autem amicos dixi – Vi ho chiamato amici». E tutto questo anche nell’equilibrato rapporto con l’autorità civile e nel rispetto dei compiti propri di ciascuno, per vivere la comunione, un senso compiuto di comunità, in vista della promozione del bene comune.

Del suo lungo impegno nella nostra Diocesi cosa ha portato con sé a Lodi? C’è qualche aspetto specifico che fa parte del Dna, per così dire, del prete ambrosiano in generale e suo in particolare? 
Certamente un “timbro ambrosiano” rimane, anche se lo definirei, in un orizzonte più ampio, “lombardo”. Penso a Caritas Ambrosiana che è un esempio nel panorama nazionale e internazionale, in un contesto fattivo di sinergia e coesione a livello regionale e italiano. Direi che un primo aspetto fondamentale per me è stata proprio la capacità di sentire questa possibilità di lavoro comune e di coesione utile alla Chiesa locale e universale. Poi c’è la concretezza ambrosiana, che ho vissuto nella prospettiva “alta” di una Diocesi come quella di Lodi, ma che ha, senza dubbio, le sue radici nella mia formazione umana e sacerdotale. Mi piace ricordare, a proposito di progettualità e Piani pastorali, il cardinale Martini, che mi consacrò vescovo il 4 novembre 1995. La sua conoscenza, l’amicizia e l’insegnamento rimangono centrali per il modo nel quale anche io ho cercato di vivere la dimensione episcopale.

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